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Il giornalista alle prese con diritti, doveri e libertà

Giornalismo, diritti e diritto.

Che cos’è la libertà della comunicazione? Quando la libertà si scontra la protezione della privacy? Come si regolano deontologia e legge? Ne abbiamo parlato, durante una giornata incentrata sul tema del diritto della comunicazione, insieme a Bertil Cottier, professore ordinario di Diritto della comunicazione, ex Preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione presso l’Università della Svizzera italiana (USI) ed esperto di Diritto dei Media.

Partendo da una riflessione intorno alla libertà della comunicazione, cioè la diffusione di informazione, Cottier ha esposto le numerose tappe intermedie che sono anch’esse protette dal diritto: la raccolta di informazioni, la loro conservazione e diffusione e, infine, la ricezione. “Non è solo la produzione dell’informazione a dover essere libera” spiega Cottier, “ma anche la sua ricezione”. La Costituzione federale contiene due articoli che garantiscono la Libertà d’opinione e d’informazione (Art. 16) e la Libertà dei media (Art. 17). Nel primo caso, implicitamente, viene vietata la propaganda statale: infatti, se lo Stato garantisce “il diritto di formarsi liberamente la propria opinione” (Par. 2), esso non può che vietare la propaganda statale. L’Art. 17, oltre alla libertà di stampa, sancisce anche il divieto di censura preliminare e garantisce il segreto redazionale, cioè la tutela delle fonti. “Si tratta di una garanzia importantissima, che accorda al giornalista il privilegio di non comunicare l’origine di una notizia” spiega il Professor Cottier.

Correttezza, per favore

La Legge federale sulla radiotelevisione (LRTV) sancisce i principi applicabili all’informazione e prevede che i fatti vengano presentati “correttamente” (Art. 4): tale correttezza è necessaria affinché non vengano perpetrati abusi di qualche genere. “Si tratta di un dovere legale” spiega Cottier, “non di deontologia”. Con questo non si intende, chiaramente, che il giornalista dovrebbe presentare tutti gli aspetti positivi e negativi in percentuali uguali, ma che “non può essere unilaterale”. In proposito, un caso interessante riguarda un reportage di Daniel Monnat, intitolato “L’onore perduto della Svizzera” e trasmesso nel 1997 dalla RTS, sul ruolo della Confederazione durante la Seconda Guerra Mondiale.

 

Immagine dell’archivio online della RTS, dove si trova il servizio di Daniel Monnat.

“La Svizzera è stata davvero neutrale negli anni del conflitto?” Era questa la domanda alla quale ha cercato di rispondere l’inchiesta giornalistica. Al termine del servizio televisivo, tre diversi interventi in studio avevano portato tutti un’opinione negativa di quanto fatto dalla Confederazione ed erano sorte polemiche sull’assenza di un controcanto. Il caso è finito davanti al Tribunale federale (TF), che ha sancito la necessità di spiegare al telespettatore che quella presentata non era la corrente di pensiero della maggioranza degli storici. Dopo questa decisione, Monnat aveva deciso di appellarsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) che, con una sentenza del 21 settembre 2006, ha decretato all’unanimità la violazione della sua libertà di parola.

Se la Corte europea dei diritti dell’uomo non avesse annullato questa sentenza, il reportage non solo sarebbe stato definitivamente censurato, ma io stesso, così come gli altri giornalisti del servizio pubblico, non avremmo potuto indagare in modo serio e critico la storia svizzera. (Daniel Monnat)

La storia del giornalista Daniel Monnat

Bertil Cottier riconosce però i “limiti” di questa decisione della Corte europea, che “non ha tenuto conto del pubblico, al quale, forse, andava piuttosto spiegata un’opinione diversa da quella veicolata dal reportage”.

Anche rispondere è un diritto

“L’obiettivo della libertà d’espressione è anche quello di proteggere le idee delle minoranze, non condivise dalla maggioranza della popolazione” spiega Bertil Cottier introducendo il discorso sul pluralismo e l’autonomia d’espressione. “Anche l’autonomia d’espressione sottostà ad alcune eccezioni alle quali bisogna fare molta attenzione”, continua il giurista, “esse riguardano le pubblicazioni straordinarie di atti legislativi, quelle giudiziarie e, infine, il diritto di risposta” (Art. 28 Codice civile). Il diritto di risposta concerne la possibilità di qualcuno di reagire ad un attacco subito ed ha regole molto precise. Si può rispondere solo alla stampa di carattere periodico e bisogna rispettare la scadenza di venti giorni. La risposta dev’essere poi diffusa al più presto e deve avere la stessa importanza della notizia alla quale risponde. Non è possibile per i giornalisti replicare a una risposta: l’unica cosa che possono fare è ribadire la loro versione o citare le fonti. “C’è però una terza possibilità” spiega Cottier, “che non è menzionata nella legge ed è quella di ammettere di avere sbagliato”.

Il giornalista come watch dog del potere

“Il ruolo della stampa è anche quello di essere una sorta di watch dog (cane da guardia) del potere”, ha spiegato poi l’esperto di Diritto dei Media. Ecco perché la ricerca di informazioni è libera ma, sia presso i privati che presso le autorità pubbliche, vige il diritto del no comment. Per l’autorità, tale diritto è vincolato dall’obbligo di trasparenza, che prevede il rispetto del principio della pubblicità delle sedute parlamentari e dei tribunali: “I cittadini devono sapere di che cosa discutono i deputati”, spiega Cottier, “e lo stesso vale per quanto avviene nei tribunali”.

La trasparenza è (anche) una questione culturale

La trasparenza non è solo sancita dalla legge ma fa parte anche della cultura di un Paese: la Svezia è stata in questo senso una vera e propria pioniera, dato che la prima legge in questo senso risale al 1766. In Svizzera abbiamo diciotto leggi sulla trasparenza, tra quella federale e le diverse leggi cantonali. In Canton Ticino la Legge sull’informazione e sulla trasparenza dello Stato (Ltras) è entrata in vigore nel 2013.

Il sito del Cantone dedicato alla Legge sull’informazione e sulla trasparenza dello Stato.

Secondo questa legge tutto ciò che ha un legame con l’attività dello Stato deve essere pubblico: l’Art. 6 sancisce il Principio della trasparenza, affermando che “ogni persona ha diritto di consultare i documenti ufficiali e di ottenere informazioni sul loro contenuto da parte delle autorità”. Cottier riconosce che “il concetto di autorità è stato interpretato diversamente dalle leggi cantonali” e che vi sono degli uffici pubblici, quali la BNS e la FINMA, che sono esclusi dal concetto di autorità nella Legge federale sulla trasparenza. Dopo la modifica della Legge sui servizi segreti votata nel 2016, inoltre, anche i servizi segreti sono esclusi dalla trasparenza.

Tutta una questione di privacy

Nella seconda parte della giornata di studio, il Professor Cottier si è concentrato sulla Protezione della sfera privata (Art. 13 della Costituzione federale), partendo da una domanda fondamentale: “Come è possibile bilanciare la libertà di stampa con la protezione della vita privata di un individuo?” Vi sono degli strumenti giuridici, sia nel diritto penale che in quello civile, per proteggere la vita privata e l’onore, ma “non sono messi in opera se non su iniziativa della vittima, attraverso una querela penale oppure un’azione civile”. Anche qui vi sono delle eccezioni, costituite da motivi giustificativi quali la legge, l’interesse pubblico e privato e il consenso della vittima. Ma, avverte Cottier, “ci sono anche delle zone d’ombra che riguardano, ad esempio, il consenso dei minori: in Svizzera si tiene conto della maturità di un giovane minorenne e, in caso di dubbio, si chiede il consenso sia ai genitori che al giovane”. Nel caso della pubblicazione di una foto di un personaggio pubblico in un certo atteggiamento, com’è possibile stabilire se l’interesse collettivo è davvero preponderante? “Sono molti gli elementi da tenere in considerazione” spiega Cottier, “tra questi, il grado di notorietà della “vittima” e la funzione che sta svolgendo nel momento in cui viene immortalata nella fotografia”. Un esempio – Nel 2004 la principessa Carolina di Monaco si rivolge alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) per contestare la pubblicazione di alcune foto che la ritraggono con la famiglia in un momento privato (ma su suolo pubblico). La sentenza le dà ragione e sancisce, per la prima volta, il diritto di un personaggio pubblico ad avere una vita privata (e, quindi, protetta) al di fuori della propria funzione pubblica.

“Infine, vi sono ancora dei rischi legati all’infrazione della sfera personale con i quali il giornalista può trovarsi confrontato” continua Cottier, “si tratta della diffamazione e della calunnia, entrambe perseguibili penalmente”. Anche le nuove tecnologie presentano dei rischi legati all’infrazione della sfera personale: ad esempio, l’uso non autorizzato di droni volanti per raccogliere materiale video e fotografico può essere perseguito come illecito.

Altri casi concreti:

Bertil Cottier sul caso della recente accusa di concorrenza sleale verso il settimanale “Il Caffè”:

Intervista de “Il Caffè” a Bertil Cottier sui limiti della legge

Kassensturz e le telecamere nascoste

Altri articoli di legge interessanti:

Convenzione europea dei diritti dell’uomo (in particolare, Art. 10)

Codice penale svizzero:

Art. 293 Pubblicazione di deliberazioni ufficiali segrete

Art. 28a 6. Punibilità dei mass media / Tutela delle fonti
Art. 179ss. 2. Delitti contro la sfera personale riservata. / Violazione di segreti privati

Le slides della lezione:

Elementi di diritto dei media, Prof. Bertil Cottier: Versione Powerpoint – Versione PDF

Un commento

  • I molti limiti segnalati da Cottier possono indurre il/la giornalista a evitare i temi problematici, per non mettersi nei pasticci. In quali modi, secondo voi, è possibile evitare il grande pericolo dell’autocensura?

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