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La radio tra reportage, documentari e inchieste

Approfondimenti radiofonici, tra reportage, documentari e inchieste. Dall’idea alla confezione, passando dal contatto umano. Ne abbiamo parlato con Roberto Antonini, già capo dell’Informazione della Radio Svizzera e oggi responsabile dell’approfondimento culturale della Rete Due. Con la premessa «la forza della radio è quella di portarci laddove la TV non arriva», Antonini ci illustra il lavoro dietro le quinte, le principali caratteristiche e le differenze tra un formato giornalistico e l’altro.

«In genere – spiega – una volta trovato il soggetto, cerchiamo un’angolatura (immaginiamo una storia), verifichiamo quanto il tema sia adatto al canale radio, ripeschiamo eventuale materiale d’archivio, prendiamo contatto con coloro che desideriamo intervistare, raccogliamo le informazioni (teniamo conto anche delle info off the records e on background), teniamo in considerazione che ci possono essere più punti di vista su un dato argomento, valutiamo gli elementi di prossimità e di vitalità, pensiamo alla sonorizzazione e alle sonorità degli ambienti (perché l’impronta sonora ha il suo peso)».

Quali sono le peculiarità dei vari formati radiofonici, in particolare la differenza – non così evidente – tra reportage e documentario? Il primo «implica una presenza giornalistica forte», l’autore non rimane nascosto dietro le quinte ma è anche voce narrante; mentre il documentario «è più impressionistico, sono prevalentemente gli interlocutori a parlare». In entrambi i casi però, tiene a sottolineare Antonini, «il giornalista non prende posizione».

L’idea di fondo, sottolinea il nostro interlocutore, è quella di «fotografare la realtà». Per rendere l’idea, ecco alcuni esempi concreti:

  1. Esempio: Reportage Dalla parte di Trump di Roberto Festa trasmesso dal programma Laser il 18 gennaio 2017.
  2. Esempio: Reportage Passione africana – Rwanda di Roberto Antonini coprodotto con Radio 24/ Il Sole24 ore e trasmesso dal programma Laser nel 2010.
  3. Esempio: Documentario La solitudine del numero 19 di Roberto Antonini e Alessandro Bertellotti trasmesso da Rete Uno il 5 ottobre 2012.
  4. Esempio: Documentario Le parole per ricordare di Roberto Antonini e Monica Bonetti trasmesso da Rete Uno il 13 febbraio 2016.

«Come potete notare – commenta Antonini – i reportage e i documentari non iniziano mai con un’introduzione didascalica, ma si prediligono altre scelte stilistiche, come suoni d’ambiente, voci fuori campo, testimonianze…, facciamo parlare le emozioni e lasciamo stare i formalismi». Una fotografia della realtà che richiede meno risorse umane e finanziarie di un servizio televisivo. Fattore importante è invece il tempo: «Bisogna sapersi prendere il tempo necessario per instaurare un rapporto di fiducia con gli interlocutori». Non tutti infatti hanno la voglia o il coraggio di ricordare certi eventi che li riguardano oppure si sentono a proprio agio a parlare con un giornalista. Ci vogliono sensibilità e delicatezza per metterli a proprio agio. E se l’intervistato si fa prendere dall’emozione chiedendo una pausa «la nostra funzione è quella di raccontare ciò che non si può capire tramite le parole».

Come detto, la forza della radio è di raccontare ciò che la TV a volte non può mostrare (siccome le telecamere non sono sempre le benvenute).
L’inchiesta Kenya e turismo sessuale (di Matteo Fraschini Koffi trasmessa dal programma Laser il 25 aprile 2016) ne è un esempio. In questo caso le testimonianze raccolte sono sia dichiarate che anonime.

 

Testo: Nadia Lischer

Link e foto: Igor Zellweger

Tweet: Camilla Luzzani

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