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L’intervista ha le sue regole… noi le abbiamo infrante

Cosa meglio di un’intervista per parlare dell’intervista stessa? Ecco perché si è deciso di trasporre sotto forma di intervista la lezione tenuta da Aldina Crespi, responsabile dei programmi giornalistici del Dipartimento Intrattenimento RSI, sulla tipologia e l’approccio di questo genere giornalistico. Con tale operazione, ne siamo consapevoli, abbiamo trasgredito almeno due regole fondamentali che sottostanno a questo genere. Quali? Scrivetelo nei commenti!

Aldina Crespi, ci parli dell’intervista. Di che cosa si tratta?

L’intervista è un dialogo pubblico tra due o più persone e proprio la sua dimensione pubblica determina il modo in cui il giornalista lavora.

Qual è il suo scopo?

Lo scopo è accompagnare l’intervistato a dire qualcosa che non ha mai detto: altrimenti perché il pubblico dovrebbe sprecare tempo ad ascoltare, a guardare o a leggere un’intervista?

Cosa determina un tipo di intervista?

L’intervista è determinata da alcune categorie. L’argomento è fondamentale, così come l’interlocutore, che influisce sul metodo. L’intervistato può essere un testimone, un esperto, un personaggio famoso oppure una persona comune. La forma è il perché faccio l’intervista. Poi ci sono format e contesto, che determinano un certo tipo di dialogo con l’interlocutore.

Come può un giornalista prepararsi al meglio per un’intervista?

È importante essere in chiaro sul tema e saper scegliere l’interlocutore giusto. Si tratta di una fase preliminare.

Ce ne sono altre?

Le fasi di un’intervista sono quattro. La prima è la preparazione, che può prevedere anche un pre-colloquio, poi c’è il colloquio vero e proprio e infine la trascrizione.

L’intervista è un genere più difficile di quello che sembra…

Sì, ci sono dei rischi. Anche la scelta dell’interlocutore può nascondere delle insidie. In Ticino il bacino da cui attingere è ristretto, può capitare di intervistare più volte la stessa persona nel giro di poco tempo. È importante crearsi una propria rete di contatti ed essere pronti ad ampliarla, magari con l’aiuto dei colleghi.

Anche il supporto tecnico è importante…

Assolutamente! Sembra una banalità ma bisogna sempre controllare di avere la telecamera funzionante, il registratore carico, le condizioni favorevoli… Vi ricordate cosa era successo con Willy Brandt?

No, racconti!

Anni fa, un giornalista sportivo della RSI aveva saputo per vie traverse che l’ex cancelliere tedesco sarebbe arrivato a Lugano per una visita di piacere. Si recò all’aeroporto di Agno e riuscì a intervistare Brandt. Peccato che il registratore era scarico e di quell’intervista non era rimasto nulla!

E poi?

Il collega si recò in hotel e Willy Brandt gli ripeté tutto. Diciamo che è stato fortunato.

Quindi è fondamentale essere ben preparati anche dal punto di vista tecnico.

Sì, ma non solo. Bisogna avere in testa un percorso tematico e a volte è necessario preparare già alcune domande e organizzare un pre-colloquio.

A cosa serve il pre-colloquio?

Verificare l’ospite è fondamentale, così come chiarire gli obiettivi. Questo però non vuol dire concordare le domande prima, altrimenti si perde completamente la spontaneità. Io consiglio di non dare mai prima le domande all’interlocutore, ma solo di contestualizzare il tema di cui si vuole parlare o il motivo per cui lo si sta intervistando. E di prepararsi una scaletta.

Cosa bisogna fare con la scaletta?

Buttarla via!

Eh?

Intendo dire che si deve parlare con chi si ha di fronte, non leggere le domande che ci si è scritti. L’intervista va come deve andare e il pubblico preferisce vedere l’empatia che si crea nel dialogo e perdonerà al giornalista un balbettio o un’esitazione, ma non una lettura paro paro.

Molti chiedono di rivedere l’intervista una volta finita, come ci si deve comportare?

Secondo la Dichiarazione dei diritti e dei doveri del giornalista, l’autorizzazione a posteriori del risultato è normale, ma l’intervistato non può apportarci modifiche sostanziali che ne modificano il senso, ad esempio togliendo o aggiungendo domande. Allora si può rinunciare alla pubblicazione e si ha il diritto di informare il pubblico.

Non tutti sono dei chiacchieroni… come si fa a far parlare qualcuno?

Ci sono diverse tecniche. Una è la cosiddetta “sequenza a tunnel”, che consiste nel ripetere l’ultima parola pronunciata dall’intervistato per farlo andare avanti nel discorso. Provateci, funziona!

Parliamo delle regole. L’interlocutore deve sempre sapere che è intervistato, anche se si chiacchiera in maniera informale?

Assolutamente sì, l’intervistato deve sapere che ciò che dice verrà riportato. Ci possono essere delle eccezioni, ad esempio nel caso in cui si sta indagando su qualcosa di penalmente rilevante.

Spesso capita di fare un’intervista sotto forma di chiacchierata e poi di rielaborarla, va bene?

Sì, bisognerebbe però accordarsi con l’interlocutore.

Anche dopo il colloquio bisogna riflettere sull’accordo preso con l’interlocutore?

Se in fase di montaggio si modifica qualcosa rispetto a quanto si era concordato è necessario avvisare l’intervistato.

Per concludere, quali sono secondo lei i valori fondamentali che stanno dietro a questo genere affascinante?

La credibilità, l’indipendenza, il pluralismo. Ma anche la creatività e l’innovazione giocano un ruolo importante: devo riuscire ad appassionare chi legge o guarda la mia intervista. Infine, la lealtà: le regole ci sono e vanno rispettate.

Appunto.


Link utili:

Testo, Link e Foto: Chiara Tomasini
Twitter: Giorgia von Niederhäusern

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