Problemi del giornalismo Tecniche di narrazione

Donne e media, facciamo il punto

Alessandra Zumthor, alla guida del ‘GdP’ dal 2015

«Chi sarà la donna più citata dai media oggi (sabato 20 maggio, ndr)? Pippa Middleton. E l’uomo? Hassan Rouhani». A lanciarsi nell’azzeccato pronostico sulla cognata del principe William e sul rieletto presidente iraniano è la direttrice del ‘Giornale del Popolo’ Alessandra Zumthor, nostra ospite per parlare di donne e visibilità nei media.

L’esempio iniziale è davvero rappresentativo della situazione ancora nel 2017?

Sì, è un caso emblematico. Le donne fanno notizia principalmente quando sono legate al mondo dello spettacolo o quando sono vittima di qualcosa. Solo in minor parte in quanto esperte di qualche argomento. E per gli uomini non è così. Certo, le cose pian piano stanno cambiando, ci sono delle eccezioni, ma che le circostanze siano queste possiamo verificarlo tutti i giorni sfogliando i nostri tre principali quotidiani.

Non sono dei pregiudizi?

No, ci sono degli studi che lo dimostrano. Secondo una ricerca effettuata in 130 Paesi per valutare la rappresentazione femminile sui media (v. bibliografia), i 4/5 delle notizie hanno come protagonisti uomini. E se sono donne, portando l’esempio dell’Italia, l’80% appartengono al mondo dello show business o sono vittime di fatti di cronaca, in egual misura.

In Svizzera la situazione sarà diversa…

Non proprio. Pensiamo alle ultime elezioni federali. Rispetto alla loro presenza nelle liste elettorali, le donne sono state sottorappresentate nei media, sia privati che pubblici. Nella Svizzera tedesca le candidate erano il 35,6%, scendendo al 28,2% della presenza sui media privati e solo al 24,4% alla Srf. In Romandia, il servizio pubblico Rts si è comportato meglio (29,5%) rispetto ai privati (22,3%), avvicinandosi all’effettiva percentuale (32,2%) di candidate. Da noi la discrepanza è stata ancora maggiore: a fronte di un 27,9% di donne in lista, le presenze femminili sono state solo il 14,1%  del totale sui media privati e addirittura il 5,9% alla Rsi. Questo nel 2015, in Svizzera.

Come si spiegano queste cifre?

Ci sono diverse interpretazioni, fra queste prevale quella che ci vede eredi di un sistema patriarcale di cui i media sono uno degli assi portanti. Non lo creano, ma limitandosi a riprodurlo lo alimentano. Bisogna invece porsi le domande su come contribuire al cambiamento in atto nella società.

E come si può contribuire a quest’evoluzione?

Non c’è nulla di più potente per far evolvere la società che proporre dei modelli da seguire. Gli studi sulle disparità di genere sono importanti, ma l’impatto dei ‘role model’ è molto più forte. Mostrare la storia di qualcuna che ce l’ha fatta è più efficace rispetto a delle statistiche. Per questo – e senza che sia una forzatura – nell’agenda di un buon giornalista si dovrebbe inserire un certo numero di voci autorevoli femminili, introducendole così nei media e dando loro risalto. Per migliorare qualitativamente bisogna agire sui contenuti e sulla forma.

Per forma, intendiamo il linguaggio?

Sì, ed è fondamentale. Anche la lingua evolve e oggi c’è una coscienza che solo dieci anni fa non c’era. Pensiamo alla parola ‘sindaca’, che si legge e sente correntemente mentre una volta era impensabile. Le parole e i neologismi aiutano molto a migliorare la percezione identitaria.

Come sono rappresentate le donne sui tre quotidiani ticinesi? Una prima idea ce la si può fare guardando le prime pagine: a essere protagonisti sono gli uomini.

Che consigli ci può dare in questo senso?

Eviterei quelle forme linguistiche utilizzate supponendo di conferire autorevolezza, che prevedono di mantenere il sostantivo al maschile abbinato all’articolo femminile. Tornando all’esempio precedente, fino a pochi anni fa si usava ‘la sindaco’, o ‘la chirurgo’, ‘la prefetto’, etc. Quando possibile, se il termine maschile finisce con il suffisso -tore, è preferibile usare la variante femminile in -trice. Per contro sono sempre meno usate le parole che terminano in -essa: hanno un effetto quasi sminuente. Allo stesso modo, fare a meno della femminilizzazione tramite la parola ‘donna’: meglio poliziotta di donna poliziotto e ingegnera di donna ingegnere. E poi, non usare l’articolo con i cognomi femminili. Perché scrivere la Merkel e non il Trump? Si tratta di piccoli passi verso una rappresentazione corretta delle donne nei media.

E venendo proprio alla presenza femminile nelle redazioni, l’impressione è che oggi sia piuttosto buona. Conferma?

Rispetto a quando ho iniziato vent’anni fa le cose sono sicuramente cambiate. Le giornaliste sono aumentate ma è innegabile che ci sia un soffitto di vetro che ancora oggi ne frena la carriera ed è la famiglia. I tempi parziali rappresentano un handicap per molte brillanti colleghe.

Si può porvi rimedio?

Agendo su più fronti. In primo luogo le responsabilità famigliari non devono ricadere unicamente sulla donna, ma ci deve essere un lavoro di team con il proprio compagno. E professionalmente ci sono delle interessanti sperimentazioni che arrivano dal Nord Europa e che si stanno attuando con successo anche in Svizzera interna, come il job sharing.

Di cosa si tratta?

In sostanza si crea un’unità lavorativa al 100% composta da due persone attive a tempo parziale. Queste ricoprono la stessa carica effettuando il medesimo lavoro e progredendo di pari passo. È uno strumento che permette di non rinunciare alla carriera durante la fase transitoria del lavoro ridotto.

E se nemmeno questo dovesse bastare?

Sono contraria alle imposizioni, che trovo controproducenti, ma le quote rosa possono essere una soluzione. La Ssr, ad esempio, si è data come obiettivo quello di raggiungere il 30% dei quadri femminili entro il 2020.

E chissà che per allora non migliori qualitativamente la rappresentazione delle donne nei media, con buona pace di Pippa.


Bibiliografia

 

Articolo di Dino Stevanovic
Foto e link di Federico Storni
Tweet di Chiara Tomasini

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