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Quel “drogato” del nostro sistema economico

Il sistema economico globale non è ancora giunto al collasso, perché fa uso di “droghe”. Questa, ridotta all’osso, l’analisi del professore e giornalista economico Alfonso Tuor. Gli “stupefacenti” che finora hanno evitato il tracollo sarebbero l’indebitamento e le bolle finanziarie; due soluzioni a breve respiro che stanno permettendo al sistema di sopravvivere, ma che non riusciranno a lungo termine, perché fondati su un “boom immobiliare ed economico insostenibile”. È un’era dove non si compra più solo se si hanno i soldi per poterlo fare; dove, insomma, si sta attuando un tentativo disperato per sostenere una domanda che non è più retta da redditi sufficienti.

Per la condizione di instabilità e per la provvisorietà dei rimedi adottati si parla dunque di sistema malato o, per restare nella metafora iniziale, “drogato”. I fenomeni sociali di destrutturazione del mercato del lavoro (diffusione del precariato e dell’occupazione temporanea), la disoccupazione in ascesa, i tassi bassissimi che portano le persone a credere di potersi indebitare (il debito privato degli USA ammonta a 13’000 miliardi) sono solo alcune delle cause della fragilità strutturale citate dal relatore. Tra tutti, il problema fondamentale secondo Tuor resta però uno: la distribuzione dei redditi. L’intero ingranaggio non può funzionare se la maggior parte dei redditi è stagnante (o in diminuzione), mentre una parte della popolazione continua ad arricchirsi.

La convinzione che tutto andrà bene non regge più. E chi l’ha capito bene è stato Donald Trump. Il nuovo presidente degli Stati Uniti – Tuor ne è convinto – ha raccolto consensi perché è stato il primo, in un’America convinta di stare bene, ad aver riconosciuto che in realtà di great non c’era quasi più nulla. Da qui l’attecchimento del discorso del protezionismo: Trump ha esplicitato il bisogno di iniziare a proteggersi… almeno un po’! Un conto – come precisa Tuor – è l’autarchia, ma una certa regolazione intelligente del commercio internazionale è indispensabile.

Due le ricette di Tuor atte a risanare il sistema: blocco del movimento libero dei capitali unito a una Riforma del sistema finanziario, che dovrebbe, idealmente, tornare a svolgere una funzione di servizio e non di profitto. Solo così ci sarebbero le condizioni per ripartire.

Personaggi come Donald Trump e Marine Le Pen possono spaventare, però – dice Tuor – rappresentano e esprimono un malessere che si ritrova ovunque. In Italia si chiama Movimento 5 stelle, in Spagna Podemos. Non importa più quale forza sia al Governo, il potere è altrove; è nell’economia. Oggi, quindi, la politica è economia e i dati economici diventano strumenti di propaganda.

Manca, secondo il professore, il coraggio di mettere tutto in discussione, perché – in fondo – è stato fatto passare il messaggio che il sistema attuale non sia riformabile. Ma è davvero così? La globalizzazione era inevitabile o è stata un processo politico e come tale può giungere a una fine?

A chi sostiene che il capitalismo per sua natura abbia bisogno di crescere, estendendo i propri mercati e cercando una maggiora libertà, Tuor risponde che se davvero fosse stato uno sviluppo inevitabile i fautori della globalizzazione alla domanda “perché non porvi dei limiti” non risponderebbero “perché è dannoso”, bensì “perché non è possibile”.

L’errore più grossolano – ricapitolando – è che si sta perseverando nella stagnazione, senza affrontare di petto i problemi strutturali dell’economia, ma mettendo unicamente dei cerotti. Si prosegue, demandando alle autorità monetarie il compito di tenere in piedi la barca, non risolvendo i problemi ma prolungandoli.

E chissà che i tempi d’oro di Bretton Woods non ritornino davvero mai più.

Domanda per i corsisti: In questo contesto quale deve essere la funzione del giornalismo?


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