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Privacy, tra muri, paletti e reti (sociali)

Il problema della privacy e della libertà di stampa? In teoria non dovrebbero esistere, stando al procuratore generale John Noseda. “Dovrebbero essere incluse nei diritti individuali”.

Una situazione, certo, ideale, ma problematica: la nostra è una società caratterizzata dalle contraddizioni. Pensiamo a un procedimento penale: la regolamentazione dei rapporti fra i diritti delle persone implicate nei fatti, quelli del giornalista e quelli del lettore, che vuole essere informato, è fondamentale. Questi però non sono sempre separati, e spesso si sovrappongono. La stampa deve fornire delle informazioni complete per informare il pubblico nel miglior modo possibile. La giustizia, però, deve fare il suo corso, e se troppe informazioni sono note al pubblico, i rischi sono numerosi: può venire a mancare la presunzione d’innocenza dell’imputato, delle prove possono essere contaminate, dei delinquenti possono fuggire (se, per esempio, un ladro sa che la polizia lo sta cercando, farà di tutto per non farsi trovare), e le vittime rischiano di non essere più protette perché rese riconoscibili dalla descrizione e dalla contestualizzazione dei fatti.

E allora come orientarsi in questo labirinto?

Innanzitutto rispettando le regole della fondamentale distinzione tra fase istruttoria e fase dibattimentale. La prima – salvo alcune eccezioni – è segreta, mentre la seconda – ossia il processo vero e proprio – è pubblica.

Il segreto istruttorio è necessario allo svolgimento senza intoppi delle indagini, ma il pubblico ministero – e solo lui – può decidere di abbattere questo muro se ritiene che, rendendo di dominio pubblico certe informazioni, può ottenere ulteriori testimonianze o indizi utili. Non solo: rendere note le indagini può servire a tranquillizzare o a mettere in guardia la popolazione, come pure a rettificare la circolazione di notizie inesatte. Eccezioni, queste, regolamentate dall’articolo 74 del Codice di procedura penale svizzero (CPP).

La segretezza diventa invece un fatto eccezionale nella fase dibattimentale, ossia durante il processo vero e proprio, la cui pubblicità è un principio fondamentale e storicamente più antico. “Il pubblico assiste, vede in faccia i cattivi e impara che così non ci si comporta”, ci spiega Noseda, sottolineando che al giorno d’oggi, data anche la ridotta capienza delle aule di tribunale, è il giornalista a diventare l’occhio del pubblico. Questi osserva e riporta quello che il comune cittadino non ha la possibilità di vedere. Un occhio, in certi casi, “privilegiato”: l’accesso alla stampa è consentito infatti anche durante i processi a porte chiuse (Art. 70 CPP). In questo caso, però, la quantità di informazioni che possono essere rese note è limitata.

Leggi, limiti e paletti, quindi, esistono, e il ruolo della giustizia è quello di farli rispettare. Un ruolo, però, sempre più difficile da incarnare a causa della diffusione dei social. Un esempio concreto? Un giornalista viene a sapere che Mario Rossi è stato vittima di un incidente, chiama i famigliari, che gli chiedono di non diffondere il nome, e così fa. Su Facebook, però, gli amici di Mario pubblicano numerosi messaggi in cui non solo fanno il suo nome, ma ne diffondono anche la fotografia. Molti di questi profili sono aperti e quindi, potenzialmente, migliaia di persone vi hanno accesso. Il risultato è una situazione paradossale: da una parte la stampa, rispettando il volere della famiglia, e attenendosi alla legge, non fa il nome, reso però noto dai social network. Siamo, al giorno d’oggi, in una zona “grigia”, regolamentata per ora dal buon senso. Una sentenza che faccia giurisprudenza in questo senso non c’è ancora stata, ma è solo una questione di tempo…

JOHN NOSEDA CI SPIEGA COME MIGLIORARE I RAPPORTI TRA GIORNALISTI E MAGISTRATI, A VOLTE UN PO’ TESI


Articolo, link e video
: Marija Milanovic
Tweet: Dino Stevanovic
Foto: Nadia Lischer

Link utili: Codice penale svizzero

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