Problemi del giornalismo

“Sono i social, bellezza”

Gli strumenti che pensi di governare, alla fine ti governano

Prendiamo in prestito questa citazione alla “Fight club” per introdurre la tesi discussa con Marco Pratellesi, autore del libro New Journalism – Dalla crisi della stampa al giornalismo di tutti. Ovvero: cavalcando l’onda digitale (premessa inderogabile se non si vuole soccombere al giorno d’oggi), il giornalismo tradizionale è entrato in crisi, a volte dimenticandosi delle regole classiche e impoverendo così la professione.

Del resto lo abbiamo detto e ribadito: con l’evoluzione di internet e l’avvento dei social network il flusso di notizie con le quali siamo confrontati è cresciuto in modo esponenziale, tutti possono produrre informazione e diffonderla. Per dirla alla Pratellesi: siamo entrati nella fase dei “personal media”.

Esemplare in questo senso la copertina del Time (dicembre 2006) – “You. You control the Information Age. Welcome to your world”.

Ciononostante, secondo Pratellesi la professione di giornalista può ancora sperare in un futuro glorioso, a condizione che sappia adattarsi ai nuovi modelli di business imposti dalla società che hanno fatto crollare i costi di pubblicazione.
Del resto, le notizie in sé non moriranno mai. E allora, come orientarci in questa nuova epoca? Quando e perché i nuovi strumenti hanno cominciato a sfuggirci di mano?

 

La nascita dei mass media
Per capire cosa è cambiato nel modo del giornalismo dobbiamo avere bene in chiaro cos’era il giornalismo prima e com’è nato il cosiddetto giornalismo tradizionale. Prima della nascita della penny press attorno al 1830, la quale ha reso l’informazione accessibile a tutti sia economicamente, sia concettualmente, l’informazione esisteva solo all’interno del mondo accademico. A scrivere erano professionisti di vari settori (medici, avvocati, scienziati, ecc.).

A cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, l’analfabetismo si abbassa notevolmente. Ma per rivolgersi ad una fascia più popolare occorre anche scrivere in un certo modo e raccontare fatti che possano interessare tutti. È in questo contesto che compare la figura professionale del giornalista. In parallelo prende piede il concetto di “audience” che diventa il principale problema per l’editore. La formula è semplice: più lettori si hanno, più l’editore può chiedere ai pubblicitari.

Un modello triangolare di finanziamento che regge quasi 200 anni, in cui il ruolo del giornalista è solo quello di raccontare i fatti da lui investigati e di cui è testimone. Tutto il resto (grafica, pubblicità) è affidato ad altre figure.

 

Chi ha ucciso i giornali?
Il punto di rottura con questo tipo di modello è appunto l’avvento dei “personal media”. Un cambiamento epocale secondo Pratellesi che ha cambiato non tanto il giornalismo in sé, quanto l’industria del giornalismo. Gli inserzionisti, infatti, non hanno più bisogno di “comprare” i propri lettori dai giornali, li trovano altrove.

Quando cambia il modo di comunicare, cambia tutta la società

Problema: tante testate sono rimaste a lungo attaccate al vecchio modello di business (rotatorie, spedizioni aeree di decine di migliaia di copie), estremamente costoso e di fatto non più sostenibile. Come non è sostenibile, da sola, la piattaforma online proprio perché i costi di pubblicazione sono crollati. E allora, come sopravvivere?

 

Tanti nuovi modelli di business
Secondo Pratellesi oggi dobbiamo parlare di tanti modelli di business diversi. Ad esempio, l’Indipendent in Inghilterra ha deciso di mantenere solo la sua versione online, il Garden ha alle spalle una Fondazione. C’è chi ha deciso di raccogliere fondi per creare un sito d’informazione online direttamente dai propri lettori (è questo il concetto di tutte le start up).
Soprattutto, c’è chi ha puntato su un target preciso investendo solo su un determinato prodotto realizzando così un giornale a misura degli utenti. O ancora chi, come Axel Springer in Germania o Tamedia in Svizzera, sfrutta una gestione mista editoria / pubblicità. Insomma, gli spunti non mancano.

 

Anche l’online può imparare dal giornalismo tradizionale

Ovviamente anche la professione ha risentito di questa grande rivoluzione. Pratellesi ha elencato tutti i cambiamenti in atto di cui abbiamo già ampiamente discusso: il giornalista che non esce più a “consumare le scarpe” a caccia di notizie ma resta in redazione a selezionare quanto pubblicato in rete da altri; il giornalista che passa più tempo ad imparare a destreggiarsi con le nuove tecnologie e a promuovere le proprie notizie su molte piattaforme. La necessità di essere presenti sui social, il controllo dei commenti alle notizie pubblicate.
Mutamenti anche questi necessari, certo, da affrontare però sempre facendo tesoro delle regole classiche: le 5 W, il controllo delle fonti, la gerarchia delle notizie, la consapevolezza dei diritti e dei doveri. L’analisi del perché delle notizie. Sono sempre loro, i concetti tradizionali, le fondamenta della professione che ancora possono fare la differenza.

Linkografia:

 

Articolo: Laura Milani

Foto e link: Chiara Nacaroglu

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