Generi e media Quotidiani

L’influenza del pubblico

Il pubblico è davvero uno sconosciuto?

Secondo Milena Folletti, responsabile del Dipartimento programmi e immagine della RSI, non è esattamente così. La tecnologia, infatti, ci permette di sapere con precisione dove va e cosa fa, due elementi che non andrebbero mai persi di vista quando si produce un contenuto mediatico (carta, web, radio, tv).

I due strumenti principali per conoscere il pubblico sono l’analisi quantitativa (sondaggi) unita a quella qualitativa (quali reazioni ho ottenuto). Si tratta di un processo circolare, sottolinea Milena Foletti, che porta a un ripensamento continuo del contenuto e del posizionamento del prodotto. Così ad esempio, nella scelta di una fiction la RSI ha scartato un paio di opzioni perchè il pubblico non gradiva il modo in cui alcuni temi “socialmente sensibili” venivano presentati. L’analisi deve però tenere anche conto del contesto mediatico (che muta sempre più velocemente). Il programma televisivo Patti chiari, ad esempio, è nato per offrire un contenuto alternativo a Zelig, che veniva trasmesso il venerdì sera: sarebbe stato infatti impossibile cercare di battere il programma italiano con un prodotto simile.


Il pubblico dei giornali cartacei è sempre lo stesso?

“No”, risponde il giornalista Carlo Silini. Per il caporedattore delle pagine di Primo Piano, Cultura, Spettacoli e del settimanale eXtra del Corriere del Ticino (CdT) “non esiste un solo pubblico, ma ne esistono tanti, almeno quante sono le teste dei giornalisti”. Partendo dal principio che “la notizia è ciò che risponde alle attese di un pubblico”, il giornalista al momento di selezionare le informazioni che gli giungono ogni giorno è chiamato a rispondere a una serie di domande chiave: “A chi interessa? A quanti interessa? Che cosa interessa della notizia?”. A queste si aggiunge un’ulteriore questione: “Come ci si deve comportare con il pubblico?”. Secondo Silini “si tratta di una scelta strategica”, che può essere contraddistinta – come sottolinea Carlo Sorrentino nel suo libro “Il giornalismo. Che cos’è come funziona” – da un “approccio pedagogico” (si indirizza il lettore e si alimenta la sua sensibilità civica) o da una relazione di “complicità” (il giornalista cerca di capire il lettore e prova a offrirgli ciò che gli interessa). “Secondo me – aggiunge il caporedattore del CdT – la prima strategia oggi non è più attuabile, ma vige un sistema misto”.
Premesso, dunque, che il pubblico è importante e che ci sono due approcci fondamentali per rapportarsi ad esso, sorge spontanea un’ulteriore domanda: “Come si capisce qual è il proprio lettore? Come lo si conosce?”. Il giornalista, sottolinea Silini, può seguire l’istinto (strategia rischiosa), basarsi su criteri oggettivi (ad esempio: le lettere dei lettori, che spesso sono più lette degli articoli stessi e che sono la punta dell’iceberg della motivazione del pubblico) e/o fare affidamento su uno strumento scientifico.

A proposito di strumenti scientifici, uno studio francese ha analizzato in che modo le persone leggono i giornali, rilevando che:

  1. Si fa zapping con gli occhi;
  2. Si dedicano al massimo 30 minuti alla lettura del giornale ogni giorno (i giovani molto meno)
  3. Il giornale è visto prima di essere letto (è l’occhio che ci tiene incollati a un articolo, la foto è uno specchietto per le allodole);
  4. I lettori entrano (la loro attenzione viene catalizzata) al massimo nel 10% degli articoli che vengono pubblicati. di questi ne leggono parzialmente soltanto una decina;
  5. I lettori non amano i testi lunghi – “articoli con più di 2.500 battute sono morti in partenza” -, frasi con più di 12 parole sono da evitare e parole con più di tre sillabe sono indigeste

Nella nostra realtà i media che adempiono a tutti questi criteri sono il quotidiano 20 minuti e, in genere, i portali di informazione online.

“In linea di massima – sottlinea Silini – i lettori non amano gli arzigogoli e nemmeno il bel scrivere, quello che passa è la notizia. Questo però non significa che dobbiamo trascurare lo stile”.
Secondo quanto rivela il sopracitato studio francese, la carta dovrebbe quindi imitare il format del web, “ma essendo le informazioni di quest’ultimo gratuite e quelle dei giornali a pagamento: se i cartacei si mettessero a imitare l’online, allora sarebbero già morti”. Il caporedattore del CdT è convinto che “la carta è destinata a diventare un prodotto di nicchia o multimediale (con contenuti differenziati per i tipi di pubblico che si vorrà raggiungere)” e che “lo storytelling sarà lo strumento chiave del bravo giornalista”. Insomma, “il futuro dei giornali sarà caratterizzato dalla cronaca locale, iper locale e dall’approfondimento. Attualmente però, siamo in una fase di transizione”.

Tornando alla domanda iniziale – il pubblico dei giornali cartacei è sempre lo stesso? – Silini sottolinea quanto riportato da Enrico Pedemonte nel libro “Morte e resurrezione dei giornali. Chi li uccide, chi li salverà”: da uno studio condotto dall’Associated Press in sei paesi sui “giovani consumatori digitali” (tra i 18 e 34 anni) è risultato che “il nuovo lettore è globale e spossato”.

Nel 2009 il New York Times ha iniziato a chiamare gli abbonati e gli altri fruitori del prodotto “utenti”. Questo perché, spiega il caporedattore del CdT, “un lettore è colui che passivamente riceve il pacchetto di informazioni; l’utente, invece, è attivo”. Ecco, dunque, che la distinzione netta tra il giornalista e il pubblico è venuta a cadere: “il primo fa parte del secondo”. Ma, rende attenti Silini, “il giornalista ha a sua disposizione tutta una serie di criteri professionali che gli permette di essere in grado di certificare la qualità dell’informazione che offre”.

 

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Testo: Erica Lanzi e Nadia Lischer
Fotografie: Raffaela Brignoni
Tweet: Martina Salvini ed Elizabeth Camozzi

 

 

 

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