Panorama editoriale Problemi del giornalismo

La crisi del servizio pubblico: sfide e opportunità

Far continuare a vivere il servizio pubblico è una delle sfide per garantire la democrazia di un paese.

Apre con queste parole Ladina Heimgartner , direttrice della Radiotelevisone Svizzera di lingua romancia (RTR),  il seminario che ha tenuto a Lugano sabato 11 febbraio nell’ambito del Corso di giornalismo della Svizzera italiana.

Una sfida non semplice da affrontare visto il complesso panorama mediatico in Svizzera che, secondo i dati emersi dal Rapporto 2016 dell’istituto britannico Reuters Institute for the Study of Journalism, oltre ad essere molto frammentato, subisce sia una forte pressione politica, sia un declino dei finanziamenti stanziati dalla pubblicità.

Per quanto riguarda il servizio pubblico, lo stesso rapporto mostra che la Società svizzera di radiotelevisione (SSR) continua a detenere il primato di pubblico rispetto alla diffusione radiotelevisiva, ma sta perdendo posizioni sul frangente on-line. Il riscontro maggiore, per quanto concerne ad esempio la Svizzera tedesca e francese, è ottenuto dai gruppi editoriali privati come Tamedia e Ringier. Ma in generale, il contesto in cui si muove oggi la SSR è costituito anche dal crescente successo di svariate emittenti private radio e tv presenti sul territorio, così come dal diverso modo di fruire le informazioni, soprattutto da parte delle fasce più giovani della popolazione. In questo senso, il Reuters Institute mostra un forse preoccupante 44% delle persone sotto i 35 anni che si “informa” tramite Facebook.

“È aumentato anche il numero delle persone che non è minimamente interessato ad informarsi” ha detto la direttrice della RTR, anche responsabile SSR dei temi legati al servizio pubblico e dei contatti con le scienze dei media. “Abbiamo riscontrato che la percezione del pubblico nei confronti della SSR è cambiata negli ultimi anni, e sicuramente la sempre maggior pressione politica sui media (sul servizio pubblico in particolare) non migliora la situazione; se l’iniziativa della destra giovanile ‘Sì all’abolizione del canone radiotelevisivo (Abolizione del canone Billag)’ dovesse essere accolta dal popolo nel giugno 2018, sarebbe la fine del servizio pubblico e questo ci renderebbe il primo Paese democratico a non averne uno.”

 

Ma cosa significherebbe concretamente non disporre più della SSR?
Ladina Heimgartner non ha dubbi a riguardo: “È il pluralismo ad essere messo in discussione, punto fondamentale per garantire la democrazia. Il servizio pubblico consente l’indipendenza dell’informazione, perché non deve sottostare a influenze economiche e commerciali come nel caso di emittenti private”.

Il successo del modello di servizio pubblico radiotelevisivo in effetti, sin dalle sue origini, è strettamente legato al mandato che interpreta: offrire informazione di qualità accessibile a tutti. Il concetto nasce nel lontano 1922 quando la BBC comprese la forza del mezzo radiofonico nella diffusione delle notizie, che non doveva essere per pochi eletti, ma appunto a disposizione di chiunque. Un’intuizione che ottenne talmente consenso, da diffondersi rapidamente anche nel resto d’Europa; in Svizzera, sempre nel ’22, a Losanna entrò in funzione la terza emittente pubblica di radiodiffusione del Continente e poi, nel 1931, a Berna prese vita la Società Svizzera di Radiodiffusione che comprendeva tutte le organizzazioni regionali.

Ladina Heimgartner ha sottolineato come, ancora ad oggi, il servizio pubblico rappresenti in modo indipendente la realtà elvetica in tutti i settori socialmente più importanti –dalla politica alla cultura, dall’economia alla società, dallo sport all’intrattenimento- sia sul piano nazionale, sia su quello regionale e linguistico. Un modello che è reso possibile soprattutto grazie al contributo dei cittadini attraverso il versamento della tassa di ricezione annua; un canone uguale per tutti, ma ripartito per favorire le minoranze. Basti pensare che degli 1,2 milioni che la SSR riceve grazie al canone, solo il 4% proviene dai contribuenti della Svizzera italiana, che però beneficiano del 22% dell’ammontare totale, dato alla RSI per poter creare una programmazione radio-tv che garantisca il mandato concesso dalla Confederazione.

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Tuttavia, il dibattito sul versamento di questa tassa da parte dei cittadini è accesissimo. Un canone che la destra giovanile ha giudicato troppo caro, il più caro d’Europa, e che non avrebbe più senso di esistere con l’avanzare sempre crescente delle altre modalità per accedere alle informazioni. “Sicuramente è un contributo importante quello che versano i cittadini” afferma la direttrice della RTR “Ma la ragione emerge dai fatti: se la SSR dovesse offrire la sua programmazione in una sola lingua, il canone diminuirebbe, arrivando a poco più della metà di quanto non costi per essere realizzata nelle quattro lingue nazionali -circa 260 franchi, anziché i 460 franchi che si pagano attualmente. Ma indebolire o annullare la SSR non è una strada utile, non rafforza il resto della piazza mediatica e quindi non giova al pluralismo e di conseguenza alla democrazia”.

L’ultima parola spetta naturalmente sempre al popolo, ma nell’attesa di conoscere il responso della votazione prevista per il 2018, Ladina Heimgartner ci tiene a concludere con uno sguardo al futuro e alle possibilità che, inevitabilmente, si possono creare nei momenti di crisi:

Ci stiamo lavorando, vogliamo stare al passo coi tempi e migliorare laddove possiamo. Siamo consapevoli che questo è un mondo sempre più legato alle decisioni emotive, ossia il famoso ‘mi piace/non mi piace’ che ha lanciato Facebook; in questo contesto la SSR deve ritrovare e fornire al pubblico una dimensione più razionale. La testa, non solo la pancia!

 

Articolo: Elizabeth Camozzi
Foto: Ivan Campari
Twitt: Barbara Camplani

La mini – intervista

Ladina Heimgartner, direttrice RTR

A seminario concluso, ci sembrava comunque importante capire meglio alcuni aspetti esposti dalla relatrice rispetto ai passi concreti che la SSR intende muovere nel prossimo futuro. Anzitutto però le abbiamo chiesto cosa stia spingendo le persone ad informarsi tanto diversamente rispetto al passato e come mai ci sia un crescente disinteresse nei confronti dell’informazione.

 

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