Il Ticino potrebbe formare un unico territorio con le province italiane confinanti: ne condivide lingua, dialetto e cultura. Eppure la frontiera, attraversata ogni giorno da 170mila automobili, sembra diventare un solco sempre più profondo. Secondo Dario Campione, giornalista del Corriere di Como, alla base di questa divisione ci sono scelte politiche, una situazione economica di crisi in Italia e mutamenti sociali. Il giornalista non è il politico che deve trovare le soluzioni, ma deve raccontare il problema. E spesso fallisce nella sua missione.

“Il giornalismo ticinese e quello delle province italiane di confine sono mondi separati. Noi giornalisti raccontiamo i fatti, ma non andiamo mai oltre. Nei tre quotidiani ticinesi non trovo analisi della realtà transfrontaliera e lo stesso succede in Italia”, sottolinea Campione. Il giornalista illustra la sua tesi con esempi tratti dalla stampa nazionale italiana in cui non solo non si trova un’analisi, ma in cui nemmeno i fatti corrispondono alla realtà. Quando con disinvoltura si parla di “immigrati” invece che di “frontalieri”; quando si confondono la Costituzione cantonale con la Costituzione federale o l’iniziativa “prima i nostri” con la votazione del 9 febbraio 2014, si utilizzano delle scorciatoie che contribuiscono ad avvelenare il clima, fornendo informazioni sbagliate.

Nulla è come appare
Più la divisione si fa profonda, più c’è necessità di analizzare le cause di questa frattura: un giornalismo transfrontaliero sarebbe auspicabile per entrambi le parti. A questo proposito, Campione individua un elemento di risposta nella rilettura del quaderno 24 di Antonio Gramsci, che negli ultimi anni della sua vita in carcere, a proposito del giornalismo scriveva: “uno degli obiettivi di questo lavoro necessario e complesso è trovare la reale identità sotto l’apparente differenziazione e contraddizione; e trovare la sostanziale diversità sotto l’apparente identità è la più delicata, incompresa eppure essenziale dote del critico delle idee e dello storico dello sviluppo storico”. Il giornalista dovrebbe sapere che nulla è come sembra, che la realtà è complessa e che per descriverla non bisogna cadere nella tentazione della semplificazione.

Il fattore tempo
Il giornalista del Corriere di Como conclude affermando che “la passione è impulsiva, ma la cultura è prodotto di un’elaborazione complessa”. Per potere coltivare questa cultura e non cadere nella trappola dell’emotività, serve tempo, che nel giornalismo – locale e globale – sembra sempre più mancare, soprattutto da quando alle 5 W se n’è aggiunta una sesta, il while (mentre). “Noi giornalisti dobbiamo lavorare a una velocità secondo me irragionevole. Voler arrivare prima degli altri a volte significa non poter verificare le notizie. È giornalismo correre così?”.

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Sulla professione del giornalista in Italia:


Articolo: Raffaela Brignoni
Link e fotografie: Elizabeth Camozzi
Tweet: Ivan Campari

 

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