Problemi del giornalismo

Libertà di stampa, censura ed autocensura

La prima pagina (bianca) del domenicale ticinese “il Caffè”, uscito l’8 gennaio 2017, in risposta alle accuse di diffamazione e concorrenza sleale mosse dalla Clinica Sant’Anna.

«La libertà di stampa è condizione primordiale dello sviluppo e della realizzazione sul piano personale di ogni individuo»: lo ha ricordato l’avvocato Luca Allidi, legale del domenicale “il Caffè”, sottolineando che debbano essere tutelate tanto le idee inoffensive quanto quelle che scioccano o inquietano. Lo esige il pluralismo, senza il quale non esisterebbe una società democratica. La libertà di stampa, naturalmente, ha dei limiti che il giornalista non deve superare, ma nemmeno tenersi a troppa distanza da essi: se lo facesse perderebbe la storica funzione di “public watchdog”, guardiano e garante della trasparenza dell’attività pubblica.

Un’inchiesta giornalistica atta ad evidenziare una problematica di pubblico interesse è esente da rischi? No, a dimostrarlo è la vertenza che ha come protagonisti “il Caffè” e la Clinica Sant’Anna di Sorengo. Al centro del contenzioso i servizi del domenicale ticinese su un grave caso di malasanità verificatosi nel 2014 nella sopracitata clinica, che sporse querela penale contro quattro giornalisti del “Caffè” per diffamazione e violazione della legge sulla concorrenza sleale. La particolarità di questo processo è che ai giornalisti non venne contestata la verità dei fatti emersi, bensì la modalità con la quale venne condotta l’inchiesta; l’accusa tacciava il domenicale di accanimento giornalistico, “reato” che non è decretato per legge.

Ancor più sintomatica è l’accusa di concorrenza sleale, rivolta al solo Direttore Lillo Alaimo: una norma inizialmente circoscritta all’ambito economico e poi estesa al settore dell’informazione, con evidenti rischi di autocensura. «Un inaccettabile bavaglio alla libertà di espressione e di stampa», così la definì Siro Quadri, giudice della Pretura penale che nel maggio 2018 assolse i quattro giornalisti del “Caffè” da ogni capo di imputazione; «un sistema intimidatorio», ha aggiunto Alaimo, mettendo l’accento anche sulle querele spesso dirette alla categoria. «Ci vuole un certo grado di incoscienza» ha chiosato il Direttore, riferendosi alla professione del giornalista; questi, se vuole essere corretto, deve cercare di essere il più possibile «dis-integrato», evitando di incorrere in particolarismi, e guardare col «cannocchiale rovesciato» le situazioni.

Nel seguito i commenti dell’avvocato Luca Allidi e del Direttore del “Caffè” Lillo Alaimo.

Testo ed intervista audio a cura di Lucrezia Greppi e Matteo Bellini.

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