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Fake News: il Ticino non è immune, ma sta meglio che altrove

Carlo Silini
Carlo Silini, responsabile approfondimenti Cdt

Il pesce siluro che divora il barboncino? Gli immigrati che pretendono alberghi a 5 stelle? Fake news. Una piaga che affligge tutto il mondo, Ticino compreso. È di questo che si è parlato sabato con Carlo Silini durante il Corso di giornalismo della Svizzera italiana che si tiene a Lugano. Il responsabile degli approfondimenti del Corriere del Ticino ha illustrato la problematica delle bufale alle nostre latitudini, facendo subito una premessa: in una realtà piccola come la nostra, sono un problema minore rispetto ad altri lidi.

Nella Svizzera italiana, infatti, è più facile verificare le notizie grazie alla prossimità delle fonti ed esiste inoltre un forte controllo sociale che limita la diffusione di bufale. In altre parole, se sgarri ci sarà sicuramente qualcuno pronto a smentirti. Come detto, però, non siamo immuni alla manipolazione delle informazioni. Nel corso del pomeriggio, Silini ha ripercorso le maggiori fake news che hanno segnato il Canton Ticino, mettendo in pericolo i tre pilastri del giornalismo: ricerca della verità, obiettività di giudizio e rispetto delle persone.

Il Caso Weinstein

I media ticinesi, nell’ottobre 2017, ricevono una mail inviata da Proto Group nella quale si comunica che il produttore Harvey Weinstein si starebbe trasferendo in Ticino per sottrarsi alla gogna mediatica, nata in seguito alle accuse di molestie sessuali. Tutte le testate decidono di riprendere la succosa notizia. Due mesi più tardi, lo studio legale Brafman Associates conferma che Weinstein sarebbe giunto nel cantone. Tutta la vicenda si rivelerà però falsa, come hanno dimostrato gli addetti ai lavori.
Ma come avrebbero dovuto capirlo le redazioni? Analizzando meglio le fonti a disposizione. Alessandro Proto, proprietario del Proto Group, è infatti facilmente identificabile su Google come un fanfarone che più volte in passato ha ingannato la stampa. La smania di pubblicare per primi un possibile scoop ha tuttavia prevalso nei vari media. Nessuna testata ha voluto correre il rischio di bucare la possibile notizia del giorno, vedendo i competitor uscire sulle loro pagine e venendo così coinvolti dall’effetto valanga.

Caso BKA (Polizia criminale federale tedesca)

Sempre nello stesso anno, il Corriere del Ticino, dopo una riunione interna, decide di pubblicare un servizio firmato da Stefan Müller riguardante la politica adottata dalla polizia tedesca in caso di determinati crimini. Nello specifico, c’era l’ordine di minimizzare episodi riconducibili al terrorismo per non scatenare il panico in un momento storico già teso. A prova dell’affermazione, il quotidiano pubblica anche dei documenti segreti. Una notizia bomba di questo tipo avrebbe potuto provocare il crollo del Governo tedesco. Anche in questo caso, grazie al controllo sociale, l’informazione si è poi rivelata errata e i documenti contraffatti.
L’ospite del corso ha usato questo caso per legarsi a una dote che un buon giornalista non deve mai dimenticare: essere dubbiosi. Perché mai una notizia così grossa sarebbe stata passata a un giornale provinciale ed estero? Non vi era infatti alcuna ragione valida.

Concludendo, Carlo Silini ha poi sottolineato che il giornale si è scusato con i propri lettori, ammettendo di aver preso un granchio. Quella di fare mea culpa, secondo l’esperto giornalista, è infatti una strategia vincente per non perdere credibilità e autorevolezza.

Testo, video e immagini di Fabio Dotti e Camilla Contarini

Commenti

    • Cara Redazione, grazie per la segnalazione dell’errore, che è stato coretto. Il debunking, quando scritto nel modo giusto, è la pratica di mettere in dubbio o smentire, basandosi su metodologie scientifiche, affermazioni false, esagerate o antiscientifiche.

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