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Una chimera alla bernese – Il commento

Palazzo federale a Berna

Ogni nazione vorrebbe un parlamento impermeabile ai condizionamenti e alle prerogative del mondo economico, che legiferi soltanto nell’interesse del bene comune. Quanto ciò sia davvero fattibile è un’altra questione. Cosa accade esattamente a Berna? Stando a quanto esposto da Florent Quiquerez, corrispondente specializzato del gruppo Tamedia Romandia, Palazzo federale non è un’isola felice in mezzo al mare.

Partendo dal presupposto che il potere legislativo non è altro che il terreno politico in cui si confrontano interessi contrapposti presenti nella società civile, risulta evidente che le ingerenze, conosciute anche come ‘lobby’, sono intrinseche al sistema. La Svizzera, bisogna dirlo, vanta una posizione privilegiata nelle classifiche internazionali inerenti la corruzione. Questo dato, che dovrebbe renderci piuttosto orgogliosi, può essere associato a un’altra particolarità del modello elvetico: quella dei politici di milizia. Deputati e senatori che, contemporaneamente alle loro cariche pubbliche, esercitano una professione o hanno un lavoro. Per citarne uno a caso, un consigliere nazionale ticinese è anche vicedirettore della Società degli impresari costruttori. Ci sono anche persone attive nell’ambito delle Casse malati, nel mondo finanziario, nell’industria e nei sindacati, che siedono in parlamento. La domanda che può sorgere osservando questi due aspetti (assenza di corruzione da un lato e politici di milizia dall’altro) è se il modello elvetico non abbia forse trovato una forma per ‘legalizzare’ la corruzione, ovvero renderla parte delle istituzioni. L’atto di corruzione spesso riguarda il tentativo di un potere economico per influenzare o direttamente comprare le scelte dei parlamentari. Da noi questo passo non è necessario: molti degli agenti di tali poteri hanno un proprio seggio alle Camere.

Volendo invece rivolgere lo sguardo verso il ‘bicchiere mezzo pieno’, si potrebbe dire che in Svizzera vige un sistema più sincero rispetto a tanti altri Paesi: siamo consapevoli (o possiamo esserlo, a patto che noi giornalisti facciamo bene il nostro mestiere) che le scelte politiche sono condizionate dagli interessi del mondo economico, di cui i parlamentari fanno anche parte. A questo punto il dibattito alle Camere acquisisce una dimensione più realistica: si tratta sì degli interessi della cittadinanza, misurati però dai rapporti di forza già presenti nella società civile.

Per ritrovare un esempio di un’assemblea legislativa ‘pura’ bisognerebbe forse viaggiare nel tempo fino all’Atene di Pericle. Ma anche lì, il diritto di voto riguardava (soltanto) i cittadini. Personaggi che potevano dedicare il loro tempo alla politica (e all’arte, alle scienze e alla filosofia) dal momento in cui il loro sostento era garantito dalla proprietà della terra e dal lavoro degli schiavi. Insomma: pretendere un sistema rappresentativo ‘equo e trasparente’ (pur democratico che sia), che legiferi in un mondo basato sulla disuguaglianza e lo sfruttamento, appare come una vera e propria chimera.

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