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«Ci vorrebbe più trasparenza, ma la politica ha bisogno dei lobbisti»

Florent Quiquerez (nella foto), giornalista romando, da dieci anni è corrispondente da Palazzo Federale per varie testate del gruppo Tamedia (24 Heures, Tribune de Genève, Matin Dimanche). Nell’ambito del Corso di giornalismo della Svizzera italiana, Quiquerez ha raccontato la propria esperienza professionale  in costante prossimità col potere, tra i pregi del mestiere – sentirsi parte dei processi politici e quindi capire davvero come funziona il nostro Paese – e le difficoltà. Si tratta di un mondo a parte, un gruppo relativamente ristretto di addetti ai lavori avvezzi a parlare tra loro correndo così il rischio di allontanarsi dai lettori. Per questo il corrispondente parlamentare deve sempre ricordarsi la propria missione: aiutare il cittadino a capire in che modo il quotidiano sia costantemente influenzato dalla politica. Al termine del suo intervento abbiamo allora avvicinato Florent Quiquerez per mettere meglio a fuoco i temi più importanti.

di Flavio Maddalena, Julie Meletta e Carla Clavuot

Signor Quiquerez, lavorare come corrispondente da Palazzo federale significa essere vicini al potere politico. Per un giornalista, questa prossimità può rappresentare anche un rischio dal punto di vista deontologico?
«La prossimità costituisce un problema quando i giornalisti diventano amici dei politici. Mi capita di vedere dei giornalisti al bar insieme a deputati e ministri, e questo lo trovo pericoloso. In futuro, quegli stessi giornalisti potrebbero dover scrivere qualcosa di scomodo sul loro conto. Per questo è mia abitudine dare sempre del “lei” a tutti i politici: per mantenere una certa distanza.»

E a proposito di distanza, come si fa a spiegare in maniera efficace al cittadino medio – spesso poco avvezzo al linguaggio e alle dinamiche del mondo politico – quel che succede a Palazzo federale, e a renderlo partecipe della vita politica?
«L’avvicinare il cittadino all’attualità politica fa parte del nostro lavoro. Trovo che sia importante prendere l’abitudine di parlare con delle persone che non vivono a Berna e che non conoscono a fondo questo microcosmo. Personalmente, mi confronto spesso con degli amici nel mio cantone di origine (il Canton Giura, ndr.), con la mia famiglia, e leggo i giornali locali. Questo mi permette di capire che cosa pensa la gente che non vive la politica in prima persona. Anche al momento di riportare una notizia cerco sempre di ricordare che non per forza tutta la popolazione conosce le dinamiche del Parlamento o i nomi dei Consiglieri federali. Per questo io, quando scrivo, penso di rivolgermi a mia nonna, o ai miei genitori (sorride, ndr.). È fondamentale che il nostro lavoro sia accessibile a tutti.»

Altro tema centrale, il lobbismo. Nel corso del suo intervento, ha dichiarato che quando un politico entra in parlamento diventa – per certi versi – lui stesso un lobbista. Dove sta, se esiste, il confine tra un sano coinvolgimento nella politica e un’influenza nefasta sulla stessa, da parte di determinati gruppi di interesse?
«Quando sono arrivato a Berna ero scioccato dalla presenza dei lobbisti, ma adesso ritengo che essi facciano parte del sistema, e non sono più così critico a tal proposito. In un certo senso, i politici hanno bisogno dei lobbisti perché, diversamente da questi ultimi, essi non sono degli specialisti. Perciò il contributo dei gruppi di interesse è prezioso, per informare i politici riguardo a dei temi che esulano dalle loro competenze. L’importante è che ci siano abbastanza lobbisti per ogni parte, ovvero, che tutti i punti di vista siano difesi in maniera efficace. Poi chiaramente ci sono lobbisti che hanno più potere economico di altri e che di conseguenza possono esercitare un’influenza maggiore. Ma in fin dei conti, se un parlamentare è corrotto, questi dispone pur sempre soltanto di un voto. Nel complesso, credo che ci vorrebbe più trasparenza, a Palazzo Federale, ma non penso che eliminare i lobbisti sia la soluzione».

Veniamo al rapporto tra le rivendicazioni locali, cantonali, ed il panorama nazionale. Prendiamo ad esempio il Ticino, che costituisce una piccola realtà in Svizzera. Che peso reale può avere, il nostro Cantone, a Berna?
«Durante le campagne elettorali mi capita di sentire certi candidati che dichiarano: “andrò a Berna a difendere il nostro cantone”. Il fatto è che è molto difficile difendere dei progetti cantonali o comunali a livello federale. Certo, una persona molto determinata nel promuovere gli interessi del proprio Cantone parlerà di questo con i media e cercherà di portare i propri temi locali a Palazzo, ma non penso che abbia grandi possibilità di cambiare per davvero le cose. A Berna si fa una politica nazionale ed è giusto che sia così.»

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