Multimedia e online

Come conquistare l’homo connectus

La rivoluzione digitale ha profondamente cambiato il pubblico dei media. Se la seconda parte del Novecento è stata caratterizzata dall’apparizione della cultura di massa, che tendeva ad offrire a tutti gli stessi prodotti, con il passaggio di millennio si è prodotta una mutazione sociale, economica e culturale che ha portato allo sviluppo di una società di individui interconnessi, molto differenziati, con caratteristiche nuove e per molti versi problematiche. Una nuova realtà che ha completamente cambiato la fruizione dell’informazione e che, i giornalisti di oggi, non possono ignorare. Come muoversi in questo nuovo panorama mediatico? In che modo chi lavora nell’ambito giornalistico può ancora raggiungere e parlare ai membri di quella che gli antropologi stanno pensando ormai di definire come una nuova specie, l’ “homo connectus”? Ne abbiamo parlato con Mario Conforti, giornalista, docente e membro della Commissione di esame del Corso di giornalismo.

«Questa nuova tipologia di fruizione – spiega Mario Conforti – ha cambiato il modo di interagire con l’informazione e i media, ma soprattutto ha cambiato il lavoro del giornalista che si trova a dialogare con un utente sempre più difficile da afferrare. Un utente che oggi è diventato parte della rete, e che decide, a colpi di clic, che cosa leggere, ascoltare, guardare o trasmettere». Come scegliere quindi quali contenuti valorizzare? «Si tratta di un meccanismo perverso – prosegue Conforti – più un contenuto viene cliccato più conta qualcosa, a prescindere da ciò che veicola, mettendo così in pericolo l’utilità della nostra professione».

«La conta meccanica dei clic, infallibile nel suo computo, in tempo reale, del “successo” di ogni singola notizia, sta distruggendo alla base, e senza scampo, il margine di discrezionalità del giornalista, la sua autonomia di giudizio, la sua libertà di scegliere (e di sbagliare) non a seconda di “quello che pensa la gente”, ma di quello che pensa lui. Centinaia di giovani valorosi giornalisti che si battono su quella sporca trincea rischiano di vedere crivellata dai clic, come una fucilazione alla schiena, ogni etica del mestiere, ogni illusione coltivata sui banchi delle scuole di giornalismo o di scrittura. Siamo ancora in tempo per rovesciare il tavolo?»
(Michele Serra, L’Amaca su Repubblica, 2 gennaio 2020)

«Ma quali sono le particolarità e le aspettative di queste persone, che costituiscono anche il nuovo pubblico dei media? Come non perdere il pubblico già acquisito e raggiungere quello nuovo? Sono queste le domande che i media oggi si pongono», spiega Conforti. In un mercato così competitivo la vera sfida è la conquista dell’utente, costantemente stimolato da numerosi canali e vettori. «Il giornalista – continua Conforti – ha il compito di aiutare il suo pubblico a comprendere il mondo. Per continuare a svolgere il proprio mestiere raggiungendo anche gli utenti più immersi in questa dimensione deve avere un’immagine precisa del suo fruitore e sapere su quali grimaldelli basarsi per raggiungere il suo obiettivo».

«Come giornalisti – sottolinea Conforti – siamo parte della soluzione, non dobbiamo cadere in questo circolo vizioso. Curare i contenuti, fare al meglio il proprio mestiere è una delle strade possibili, senza disperdere le energie inseguendo un like o un tweet. Bisogna però avere la flessibilità di evolvere cercando di raggiungere gli stessi obiettivi con strade che possono essere anche diverse. Penso  che chi scelga di fare giornalismo oggi – conclude Conforti – non abbia come obiettivo quello di avere un pubblico sterminato ma lo fa perché è convinto che la sua funzione è socialmente e culturalmente importante. Il vero problema è come continuare a svolgere questo ruolo anche in un panorama mediatico come quello attuale».

Di Julie Meletta e Viviana Viri

 

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