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Le breaking news e la manipolazione dell’opinione pubblica

Le breaking news e la manipolazione dell’opinione pubblica

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Il 17 giugno del 2015, alle 9 del mattino, il ventunenne Dylann Roof entra nella chiesa episcopale metodista africana di Charleston, nella Carolina del Sud. Non conosce nessuna delle persone presenti, non le aveva mai incontrate, eppure Roof le vuole morte. Tutte. Quindi, estrae la Glock e spara. Uccide 9 persone e lascia a terra tre feriti. Il giorno dopo Roof viene arrestato. Sarà condannato per la strage.

Secondo un amico d’infanzia, Roof era affascinato dall’uccisione di Trayvon Martin, e dalle proteste di Baltimora del 2015 a seguito della morte di Freddie Grey mentre era sotto la custodia della polizia. Affermava che “i neri stanno conquistando il mondo”.

Nel corso del processo viene diffuso il farneticante Manifesto scritto da Roof e pubblicato sul suo sito web.

Ho letto l’articolo di Wikipedia e non sono riuscito a capire subito quale fosse il vero problema. Era ovvio che Zimmerman aveva ragione. Ma questo mi ha spinto a cercare “crimini dei neri verso i bianchi” su Google, e da quel giorno non sono più stato lo stesso. Il primo sito web che ho visitato è stato il Council of Conservative Citizens. C’erano pagine e pagine di questi brutali omicidi di bianchi commessi da neri. Ero incredulo. In quel momento ho capito che qualcosa non andava. Come è possibile che esploda il caso Trayvon Martin mentre centinaia di questi omicidi di bianchi da parte di neri sono stati ignorati?

E poi:

Non ho scelta. Non sono nella posizione di entrare da solo nel ghetto e combattere. Ho scelto Charleston perché è la città più antica del mio stato e un tempo aveva il rapporto più alto tra neri e bianchi nel paese. Non abbiamo skinhead, nessun vero KKK, nessuno fa altro che chiacchierare su Internet. Beh, qualcuno deve avere il coraggio di portarlo nel mondo reale, e immagino che debba essere io.

L’ultima modifica al sito è del 17 giugno del 2015, alle 16 e 44.

Breaking news

Le ultime notizie, le breaking news in gergo, sono spesso un aspetto problematico della professione giornalistica. È ritenuto fondamentale arrivare per primi sulla notizia, ma spesso le breaking news si portano dietro gravi lacune: mancanza di contesto, difficoltà nel distinguere i fatti dalle “voci” e così via.

Il problema è che le risorse impiegate nelle redazioni non sempre sono disponibili in caso di breaking news, per cui, pur di arrivare per primi è possibile che si saltino alcuni passaggi essenziali alla verifica della notizia. Se a ciò si aggiunge una tendenza al sensazionalismo sempre più marcato nelle redazioni, per catturare più pubblico, allora si comprende che le breaking news possono aprire la strada alla manipolazione dell’opinione pubblica.

Il rapporto intitolato Where missing data can easily be exploited, di Michael Golebiewski ricercatore della Microsoft e Program Manager per Bing, e danah boyd (il suo nome in minuscolo non è un errore), anch’essa ricercatrice presso Microsoft nonché fondatrice e presidente del Data & Society Research Institute, spiega perché le breaking news possono essere un problema aprendo all’iniezione di disinformazione nell’ecosistema informativo. Si tratta dei data void (vuoti di dati o di informazioni), termine coniato dallo stesso Golebiewski nel maggio del 2018.

Per comprendere di cosa si tratta occorre partire dal funzionamento dei motori di ricerca. Un motore di ricerca (es. Google, Microsoft Bing) non è altro che un sistema di organizzazione dei contenuti che crea un indice di tutti i contenuti (presenti nei siti web) che riesce a leggere, identificandoli e organizzandoli in modo da recuperare velocemente le informazioni. Nel momento in cui un utente inserisce nella pagina del search engine una ricerca (query), cioè una serie di parole, l’algoritmo del motore di ricerca identifica nell’indice del motore tutte le pagine ritenute rilevanti, e le classifica gerarchicamente in modo da presentarle in una serie ordinata di pagine di risultati. Per visualizzare la pagina dei risultati l’algoritmo utilizza non solo la query, ma anche altri elementi rilevanti, tra cui: la posizione geografica dell’utente, la lingua, la cronologia delle precedenti ricerche, e così via.

Il search engine in realtà non è in grado di comprendere realmente il significato delle parole nella query, ma è un semplice sistema probabilistico che restituisce un risultato basato anche sulle precedenti ricerche di altri utenti. Se un certo risultato, ad esempio, ottiene un feedback positivo (il click), viene registrato e progressivamente può diventare il primo risultato fornito in caso di reiterazione di quella ricerca. Insomma, il motore di ricerca approssima il risultato sulla base di una serie di assunti dipendenti dal modello algoritmico programmato (ogni motore ha un algoritmo differente, quindi i risultati possono essere differenti).

Fin dalla nascita dei motori di ricerca gli utenti hanno provato a “manipolare” gli algoritmi dei motori. Il SEO (Search Engine Optimization) non è altro che una serie di tecniche per “ingannare” l’algoritmo e far salire (migliorare il posizionamento, cioè il ranking) un certo contenuto nell’indice dei risultati. Non differisce particolarmente da quello che fanno i manipolatori, anch’essi tesi a portare i loro contenuti il più in alto possibile nell’indice del motore.

Ovviamente gli architetti del motore di ricerca mettono in campo costantemente nuove tecniche per impedire che il motore di ricerca sia manipolato, il loro interesse primario è di offrire più informazioni e sempre più utili agli utenti, così incoraggiandoli a usare il motore. A ciò si aggiungono degli strumenti studiati per semplificare l’uso del motore, come auto suggest, che suggerisce, in base alle prime lettere digitate, come completare la query.

Data void

Ma cosa accade se per una determinata query l’algoritmo non trova informazioni, oppure ne trova poche? Questo è appunto ciò che Golebiewski definisce data void. Nel rapporto sopra menzionato lui e boyd provano a rispondere proprio a questa domanda.

In un altro articolo avevamo già accennato che gli algoritmi di ricerca sono manipolabili, in genere i motori di raccomandazione (di contenuti) sono manipolabili. È una sorta di SEO per le piattaforme del web.

“La manipolazione degli algoritmi di ricerca è semplice. Quando c’è un picco nelle ricerche e il motore non riesce a trovare fonti, si rivolge alle fonti alternative. Nel frattempo i manipolatori hanno costruito una rete di notizie “alternative” che danno una spiegazione di comodo all’evento. Questa “rete” viene raccolta dal motore di ricerca. Quando i media tradizionali non sanno cosa pensare di un evento, la prima cosa che fanno è rivolgersi, appunto, ai social e ai motori di ricerca. In questo modo i termini utilizzati dai manipolatori emergono e vengono amplificati dai media mainstream.”

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Nel rapporto Golebiewski e boyd identificano cinque tipi di vuoti di dati che possono essere sfruttati:

  1. Breaking news (ultime notizie)
  2. Strategic new terms (termini coniati ex novo per manipolare)
  3. Outdated terms (termini obsoleti per i quali i creatori di contenuti smettono di associargli nuovi contenuti aprendo la strada all’appropriazione da parte dei manipolatori)
  4. Fragmented concepts (termini per i quali i manipolatori iniettano nuovi significati in termini già usati)
  5. Problematic queries (termini particolari per i quali i risultati sono sempre problematici).

Si tratta di cinque situazioni che possono aprire la strada alla manipolazione delle informazioni. Con un conseguente impatto, più o meno rilevante, sull’opinione pubblica. Il ruolo dei giornalisti è, però, più importante con riferimento alle breaking news.

La strage di Sutherland Springs

Nel rapporto gli autori riportano il caso di Sutherland Springs. Nel 2017 un uomo uccide oltre 20 persone in una chiesa in Texas. Molte persone ricevono sui loro smartphone la notifica della notizia di una sparatoria in una chiesa. La notizia non riporta molto, solo la località nella quale sarebbe avvenuta la sparatoria (shooting in Sutherland Spring, Texas). La gente si precipita su Internet, e si ha un picco nella ricerca della località. Siccome la query costituita dalla località non era frequente, il termine finisce per essere un data void. Pronto per essere sfruttato.

In un caso da breaking news i giornalisti sanno che devono muoversi velocemente, per non “bucare” la notizia devono produrre contenuti. A fronte di una domanda di contenuti in rapida ascesa, occorre un’offerta di contenuti. Ma prima che il data void del search engine venga riempito, c’è tempo perché i manipolatori possano agire.

Nel caso specifico il bersaglio iniziale sono stati Reddit e Twitter, poiché i search engine si rivolgono a tali siti in assenza di altre informazioni. I manipolatori pongono in essere una serie di tecniche, che vanno dall’inviare tweet, a chiedere tramite i social informazioni ai giornalisti iniettando “rumore”, suggerendo false piste (è vero che lo sparatore era di sinistra?), fino all’uso di profili falsi per amplificare il messaggio.

Un giornalista del Newsweek, preso di mira dai manipolatori, mette velocemente insieme un articolo molto equilibrato, nel quale spiega che i media di destra cercano di incolpare della strage "Antifa" (un movimento di protesta di sinistra). Ma c’è un problema, il titolo: “Antifa’ Responsible for Sutherland Springs Murders, According to Far-Right Media”. Il titolo non è sufficientemente chiaro rispetto al contenuto dell’articolo e in particolare è troppo lungo per le pagine dei risultati dei motori di ricerca. Così viene troncato in “’Antifa’ Responsible for Sutherland Springs Murders…”. Per 72 ore su Google questo era quello che si leggeva.

Alla fine Vice e altri siti debunkano la notizia evidenziando che "Antifa" non c’entra, ma il titolo di Newsweek fuorviante e le prime notizie circolate hanno già influenzato l’opinione pubblica.

In a breaking news context, the earliest frames can significantly influence public perceptions. Furthermore, even headlines intended to negate rumors can help spread them

Si è trattato di un’operazione di disinformazione in cui una serie di persone coordinandosi tra loro hanno cercato di influenzare la copertura dei motori di ricerca e dei media mainstream. In tal modo sono riusciti a orientare la percezione del pubblico in relazione all’evento. La teoria cospirativa del collegamento tra la sparatoria e Antifa, lanciata dal sito YourNewsWire.com, noto per diffondere teorie cospirative, si è fatta strada fino al grande pubblico.

La manipolazione del significato delle parole

Un altro tipo di data void è quello dei termini ai quali viene fornito un nuovo contenuto, come crisis actor. Originariamente "crisis actor" si riferiva ad attori pagati per impersonare vittime in simulazioni di disastri, ma a partire dalla strage di Sandy Hook del 2012 il termine acquista un nuovo significato. Alla base l’idea cospirativa che la sparatoria in realtà era confezionata dallo Stato per giustificare le nuove restrizioni sulla vendita delle armi. Per cui le vittime erano etichettate come false vittime, attori appunto. Negli anni una rete di disinformatori ha realizzato numerosi contenuti intorno a questo termine, al punto da alterare l’originale significato e legare il termine a teorie cospirative. Ma le teorie rimangono confinate all’interno di una ristretta cerchia, i lettori di quei siti di estrema destra.

Il momento cruciale si ha quando nel 2018 la CNN intervista lo studente David Hogg per negare la teoria della cospirazione relativa alla sparatoria della Marjory Stoneman Douglas High School. Il risultato, però, è di amplificare la falsa notizia.

Nel titolo "School shooting survivor knocks down ‘crisis actor’ claim" viene utilizzato il termine “crisis actor”, generalmente mai usato in questi contesti, termine che poi viene rilanciato dalle agenzia di stampa e altri media, consentendo l’ulteriore diffusione del termine che raggiunge il grande pubblico. Il pubblico, quindi, si mette alla ricerca del termine sui social e sui motori di ricerca, e questo porta ad ulteriore diffusione delle teorie cospirative legate al termine. L’articolo della CNN ottiene l’effetto opposto, amplificando le teorie cospirative, grazie al data void relativo al termine utilizzato. Ancora nell’agosto del 2019 le ricerche relative ai sopravvissuti della strage di Sandy Hook riportano spesso a teorie cospirative (per la promozione delle teorie cospirative Infowars è stato condannato. Infowars è anche il sito che ha diffuso le tesi negazioniste climatiche sugli incendi in Australia).

Dylann Roof, prima di compiere la strage di Charleston, cercò su Google “black on white crimes” (crimini dei neri contro i bianchi). Quella ricerca lo portò a contatto con una rete di contenuti disseminata di falsità e discriminazioni razziali, siti di informazione di estrema destra che sostengono che il nero commette aggressioni contro i bianchi, mentre i crimini dei bianchi verso i neri sono rarissimi (dati smentiti dall’FBI, tra l’altro, con il 67% degli arrestati per stupro che risulta bianco). La lettura di questa rete di false informazioni ha influenzato la visione del mondo di Roof portandolo a ritenere i neri una minaccia. E ad agire di conseguenza.

"It’s pretty much the internet. All the information is there for you" (Dylann Roof)

La politica del risentimento

La disinformazione, le fake news, hanno un impatto sull’opinione pubblica che allo stato non è ancora chiaro. Molti degli studi in materia sono risalenti nel tempo e si concentrano sul pubblico della televisione e della stampa. Il pubblico di Internet è diverso. Differente il media, diverso è l’impatto. Bisogna però considerare che attualmente (e specialmente in Italia) il pubblico si informa ancora per lo più tramite i media tradizionali. Col tempo il “peso” di Internet sarà maggiore, ma non per questo si può incolpare Internet delle stragi.

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La "teoria della pallottola magica" non ha più senso oggi, quando è ormai chiaro che il pubblico non è una massa indifferenziata e ognuno reagisce a modo suo nella lettura delle notizie. Molto dipende (impossibile stabilire quanto) dai trascorsi dell’individuo, dalla sua personalità che si forma ben prima, a contatto con le “istituzioni”, la scuola, la famiglia, il luogo di lavoro. È piuttosto improbabile che le notizie lette sui media siano in grado di modificare la visione del mondo di un individuo al punto da convincere una persona normale a commettere una strage, più che altro è possibile che confermino una visione del mondo già presente (o in formazione) e convincano l’individuo ad attivarsi.

Dylann Roof era figlio di genitori divorziati, con un padre violento. All’epoca del divorzio dei genitori, nel 2009, Dylann mostrava già un comportamento ossessivo compulsivo. Ha cambiato sette scuole prima di abbandonare gli studi, trascorrendo le giornate tra videogiochi e droghe. Era un ragazzo sul quale hanno influito pesantemente i molti problemi della famiglia, che si è progressivamente rinchiuso in sé, cercando qualcuno da incolpare per una vita infelice rimbalzando tra le case dei genitori divorziati. Evidentemente quel qualcuno lo ha trovato navigando tra i siti di estrema destra.

L’esposizione continua e reiterata di un ragazzo con una personalità in formazione a notizie false, intrise di razzismo e che alimentano l’idea che lì fuori c’è un qualcuno da incolpare per tutto quello che la vita non ti ha dato, può avere una profonda influenza. Si tratta di modelli e simboli che vengono interiorizzati, e che sono alla base della “politica del risentimento”.

Dal XXI secolo le politiche economiche hanno ceduto il passo a nuove forme di politica. La sinistra si è concentrata sulla promozione degli interessi dei gruppi più marginalizzati, mentre la destra si è ridefinita come il difensore della identità nazionale, spesso strettamente connessa con idee di superiorità di razza, etnia o religione. Più che la pari dignità di tutti gli esseri umani basata sul loro potenziale di libertà interiori, le nuove politiche si sono concentrate sulla dignità di uno specifico gruppo emarginato o non rispettato (o comunque ritenuto tale). In tal modo trasformandosi in movimenti politici: nazionalismo,  islamismo (Fukuyama, Identità. La ricerca della dignità e i nuovi populismi).

Un problema culturale

Comprendere come funzionano questi “vuoti di dati” è importante per limitare le possibilità dei manipolatori di influenzare l’opinione pubblica, comprendere come nasce e perché si diffonde la disinformazione è essenziale per risolvere un problema che diventa sempre più grave, e che minaccia ormai direttamente la democrazia.

Con riferimento ai data void, secondo gli autori del rapporto, una soluzione forse non esiste nemmeno. Comunque occorre collaborazione tra search engine e produttori di contenuti per creare una sfera informativa pubblica più sicura e prevenire gli abusi dei manipolatori. Ma in generale, con riferimento alla disinformazione occorre una presa di coscienza che il problema è complesso, e qualsiasi soluzione semplice non farà altro che aggravare il problema.

La disinformazione non è un problema tecnologico, è un problema culturale, della società nel suo complesso, e della politica che getta spesso benzina sul fuoco delle disuguaglianze, creando la “politica del risentimento” e prosperando grazie ad essa. E come tale va affrontata.

Al politico di turno basta inventarsi qualcosa di sensazionale perché quella cosa diventi virale online e approdi, senza alcuna analisi critica sui media mainstream. Un contenuto, un’idea, una teoria cospirativa, una forma di hate speech, normalmente rinchiuso in una ristretta cerchia di siti e forum (es. di estrema destra), nel momento in cui passano sui media mainstream vengono sdoganati e raggiungono il grande pubblico. Non è magia, non è "la Bestia", ma è banalmente l’incapacità del media di comprendere un meccanismo e mostrarne l’evidenza, piuttosto che amplificarne gli effetti.

Per risolvere il problema dei data void occorre che qualcuno riempia il vuoto. Occorre che i creatori dei contenuti si attivino, perché certamente non è un compito dei motori di ricerca. Gli ingegneri dei search engine hanno l’interesse a fornire informazioni utili agli utenti, ovviamente anche loro devono fare la loro parte per risolvere i problemi dell’ambiente informativo, ma il loro compito è di portare a galla e selezionare le informazioni, non possono granché se le informazioni non ci sono o sono di bassa qualità. Il problema troppo spesso è la qualità delle informazioni.

I giornalisti, in primis, devono capire l’importanza del proprio ruolo, nel contempo occorre consapevolezza della diversità tra i media, e strutturare le notizie in base a tali diversità. Internet è diverso dalla televisione e dalla stampa, e in particolare non è il parente povero, quello dove le notizie “si rubano”, è un media dove la fruizione delle notizie avviene in maniera diversa, e con un’audience diversa.

Non è affatto vero che i giovani si informano meno, si informano diversamente, leggendo più fonti (piuttosto che fidandosi di un’unica fonte come molti adulti) e in generale sono molto più scettici. Non esiste la bolla polarizzante, è un mito facilmente sfatato. Quello che esiste è una bolla decisionale: decidiamo di non leggere ciò che non conferma le nostre idee, la nostra visione del mondo, ed esporci a idee diverse dalle nostre non risolve il problema, anzi, ci conferma che quei siti (casomai giornali) che riportano idee differenti dalle nostre ci mentono. Perché non abbiamo fiducia in loro.

Un elemento che ha contributo alla attuale crisi dei giornali è la perdita progressiva della fiducia. L’elemento fiducia è fondamentale nel settore informativo, perché se non si ha fiducia nella notizia (nella fonte) quella notizia non può avere il potere di influenzare il pubblico. E mentre i giornali stanno perdendo la fiducia del pubblico, in rete si creano nuove catene di fiducia, con gli influencer (fondamentalmente i politici attuali si stanno trasformando progressivamente in influencer) che prendono il post degli anchormen, ad esempio su YouTube. I diffusori della disinformazione si basano, appunto, su catene di fiducia esistenti, come l’amico, il conoscente, il parente, il vicino, e la notizia si diffonde perché si crede, si ha fiducia in loro, sono persone conosciute o che ci appaiono come tali (di contro i giornali abbandonano le redazioni locali perdendo il contatto col pubblico). Nel contempo si alimenta la sfiducia nelle istituzioni, compreso i media tradizionali, e nelle crepe tra i mass media e il pubblico fiorisce la disinformazione.

Immagine in anteprima via Pixabay.com

Valigia Blu

January 31, 2020 at 08:35AM

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