Generi e media

Limiti e potenzialità dell’inchiesta televisiva e del reportage radiofonico

Qual è la differenza tra una cronaca e un’inchiesta televisiva? E tra un reportage e un documentario radiofonico? Per fare chiarezza sui diversi servizi di informazione sono intervenuti al Corso di giornalismo della Svizzera italiana due colleghi della RSI: Michele Galfetti, conduttore di Falò, e Roberto Antonini, responsabile dell’approfondimento culturale della Rete Due.

Le inchieste giornalistiche consistono nel resoconto di attività di ricerca ed indagine effettuate allo scopo di portare alla luce verità nascoste, tramite il collegamento critico e ragionato di fatti, notizie e commenti. «L’inchiesta è la forma più affascinante, potente e fragile del giornalismo», commenta Galfetti: “affascinante”, per il pubblico e per il giornalista; “potente”, quando produce un cambiamento sociale; “fragile”, perché basta un cavillo legale per comprometterla. Il giornalista d’inchiesta, al contrario del cronista, non si ferma ai comunicati stampa e alle dichiarazioni ufficiali, ma scava in profondità alla ricerca di notizie importanti per la collettività. Nella cronaca i fatti sono dati e le fonti sono aperte: l’obiettivo è informare, descrivendo la realtà così com’è. Nell’inchiesta i fatti non sono noti e le fonti spesso non sono disponibili: l’obiettivo è denunciare questioni che sono state nascoste, sia deliberatamente sia accidentalmente. Il rischio più grande che si corre mentre si lavora ad un’inchiesta? Innamorarsi della propria tesi e non essere più obiettivi. Il limite del giornalismo d’inchiesta? Richiede tempi lunghi, per verificare i fatti e l’attendibilità delle fonti. Un limite, questo, dettato da ragioni sociali (con le piattaforme digitali che si moltiplicano si privilegia la rapidità) ed economiche (le inchieste comportano costi elevati per realizzarle e per sostenere eventuali cause legali).

Uno dei vantaggi della radio sulla televisione è che richiede meno risorse umane e finanziarie. Inoltre, specifica Antonini, «la forza della radio è quella di portarci laddove la TV non arriva». I giornalisti radiofonici possono riferire di realtà talvolta inaccessibili ai giornalisti televisivi (si pensi ad esempio alle carceri di massima sicurezza, dove le telecamere non sono ben accette) e hanno una maggior probabilità di successo nell’intervistare persone che hanno subito un lutto o hanno vissuto un evento traumatico (davanti a un microfono si è più disinvolti rispetto allo stare sotto i riflettori). I servizi radiofonici, ammette Antonini, sono di minor impatto se confrontati con quelli televisivi perché non possono avvalersi della forza delle immagini. Protagonista, in radio, è il racconto: da qui l’importanza della scrittura, della voce e del ritmo. Se nel documentario il giornalista racconta una storia, nel reportage è la storia che trascina il giornalista: questi si fa sempre più da parte lasciando ampio spazio alle testimonianze. In aggiunta, tendenzialmente, il documentario ha tempi più lunghi, mentre il reportage ha un ritmo calzante e predilige formati brevi.

A cura di Lucrezia Greppi

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