Tecniche e strumenti

Un matrimonio difficile

Fabio Tasso è da dieci anni al fronte della criminalità economica in Ticino. Dal suo osservatorio, per così dire privilegiato, ha visto da vicino la recente evoluzione di questo tipo di reati e al contempo dell’approccio da parte dei media. Un rapporto, quello con la stampa, non sempre facile, ci dice subito il Capo Sezione Reati economico finanziari della Polizia cantonale: «A volte si è trattato di un rapporto conflittuale», riconosce, senza giri di parole. «Da una parte c’è la volontà della cronaca di divulgare informazioni segrete, dall’altra c’è la nostra necessità di preservare il segreto istruttorio». Un segreto però spesso “appetitoso” per i media, specialmente quando si parla di crimini economici. Come ha spiegato Fabio Tasso nel corso della sua relazione, questi crimini coinvolgono spesso persone insospettabili. A volte si tratta di crimini molto dannosi per la comunità. «A volte però il dovere di cronaca sostenuto dai media mi pone dei grossi dubbi», replica Tasso.
La nostra chiacchierata, a margine della lezione, parte dal tema della criminalità economica ma ci porta ben presto a riflettere sulle difficoltà – quantomeno apparenti – di un incontro fra due mondi così diversi: da una parte la magistratura, dall’altra la stampa. Un matrimonio difficile, appunto.

Fabio Tasso, innanzitutto, prendiamo il polso della situazione. Parliamo di criminalità economica, un fenomeno spesso in larga parte sommerso e difficile da quantificare. Ecco, come sta realmente il Ticino?
«Il Ticino e la Svizzera non sono diversi rispetto al resto del mondo. La criminalità economica è in espansione. C’è una tendenza ad uno spostamento dei crimini dalla strada (rapine, furti eccetera) alla rete, uno spostamento dovuto anche alla globalizzazione dei mercati. Bisogna considerare che la rete è un sistema straordinario per commettere atti illeciti. Qui ci si può addirittura far pagare con una “moneta”, o meglio, una merce di scambio (il bitcoin), che non è tracciabile. La criminalità quindi, se è furba, al posto di correre grossi rischi nel mondo reale, passa se vogliamo alla modalità 2.0, agisce nella rete, con identità spesso nascoste e molto più complicate da smascherare».

Anche per questo motivo, quando si apprende di un’inchiesta, l’interesse da parte dei media è potenzialmente molto alto…
«Sì, spesso da parte della stampa c’è il desiderio di portare all’attenzione delle notizie che fanno gola perché creano spettacolarizzazione. E la spettacolarizzazione di eventi criminali a me piace poco. Io penso che la maggior parte degli oggetti criminali che vengono proposti dalla cronaca non sarebbe di interesse pubblico».

Media e magistratura, due mondi apparentemente in contrapposizione. Come conciliare le rispettive esigenze?
«È una questione di fair play. Ciascuna delle due parti deve comprendere il ruolo dell’altra. Da una parte la polizia, il ministero pubblico, o l’autorità di perseguimento penale, deve capire che la stampa ha la necessità di informare. Dall’altra parte però la stampa deve capire che il funzionario che magari rivela determinate informazioni sta commettendo una violazione del segreto d’ufficio, che è una cosa grave. Quindi non si può ricorrere a qualsiasi mezzo per ottenere una data informazione, anche se poi mi rendo conto che un editore potrebbe prendersela con il proprio giornalista se questo non porta a casa l’informazione. Ma io credo un certo fair play, al posto di una morbosa ricerca di informazioni presso avvocati o persone a palazzo, possa portare benefici a entrambe le parti».

Lo ha evidenziato nel suo intervento: altre realtà a noi vicine, ad esempio l’Italia, hanno regole e abitudini diverse nel loro modo di vivere la cronaca giudiziaria, e alcuni processi diventano “cosa pubblica” anche per via di una forte presenza mediatica. In Ticino ha percepito dei cambiamenti, in questi anni?
«Devo dire che c’è stato un periodo in cui la tendenza, preoccupante, è stata quella di imitare l’Italia. Ma per fortuna non siamo mai arrivati a quegli eccessi. Ultimamente, invece, mi sembra che la situazione sia migliorata. Non vedo più quella ricerca a tutti costi della notizia segreta. Non so perché: forse sono cambiati i giornalisti, forse sono cambiate le abitudini, forse ora i media sono disposti ad attendere un giorno in più per pubblicare notizie meglio articolate… o forse sono più discrete le inchieste. Fatto sta che mi è capitato di fare inchieste, anche recenti, in cui mi è capitato di dire: strano che non sia ancora arrivato nessuno della stampa…».

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