InfoPandemia

Informazione e ansie dell’opinione pubblica

21 ottobre. ATS: alle 19:59 scrive morto un volontario del vaccino AstraZeneca in Brasile, citando la Reuters.

20 minuti dopo ATS comunica che Bloomberg specifica che il volontario morto non ha ricevuto il vaccino.

Un’ora dopo si inizia ad avere una notizia più completa, in cui si specifica che il volontario aveva ricevuto un placebo.

Tra la prima agenzia e le successive, la notizia è rimbalzata su più portali, spinta dall’effetto virale, dalla paura. In un momento in cui sta iniziando la seconda ondata.

Anche in Svizzera abbiamo avuto una notizia non verificata che ha conosciuto ampia diffusione ma in misura decisamente minore, anche perché si tratta di un decesso che non fa notizia al di fuori dei nostri confini.

Inizio pomeriggio del 14 agosto: in conferenza stampa Stefan Kuster (responsabile per le malattie trasmissibili presso l’Ufficio federale della sanità pubblica), annuncia la morte del primo giovane svizzero, di età compresa fra 20 e 30 anni senza patologie pregresse.

In serata la smentita: l’errore è nella data inserita in “data del decesso”, il paziente non è mai morto e non presenta sintomi che destano preoccupazioni.

L’errore è risultato evidente perché il Canton Berna non aveva inviato nessuna notifica di morte all’Ufficio di sanità pubblica.

Non si tratta del primo errore dell’Ufficio Federale della Sanità Pubblica: una signora di 109 anni, spirata a causa del Covid, era stata spacciata per una bambina di 9 anni.

Questi due esempi mostrano due tipi di influenza che può subire l’opinione pubblica: da una parte il giornalista che non fa le dovute verifiche e diffonde una notizia che poi viene rimbalzata ovunque, dall’altra una notizia diffusa da un’autorità pubblica che gode di grande fiducia.

Nel primo caso, del morto per aver partecipato a una ricerca sul vaccino, la smentita ha un raggio d’azione più limitato della prima notizia sbagliata.

Nel secondo caso ciò che si verifica è la perdita di fiducia da parte dell’opinione pubblica verso le autorità.

I metodi d informazione che abbiamo a disposizione noi come giornalisti rispondono al ruolo di informare bene?

Noi stessi come giornalisti abbiamo accesso a dati monchi, come ad esempio il numero di positivi ma non il numero di tamponi fatti.

Così si finisce col dare dati difficilmente leggibili perché non contestualizzati.

Come il numero dei casi positivi, comunicati giornalmente. Ultimamente è cambiato il modo in cui vengono fatti i tamponi, sostanzialmente vengono fatti più tamponi, quindi ci sono più persone positive ai test. Questo bisognerebbe ricordarlo sempre quando si parla di numero di contagi che aumenta, perché questo numero, come spiegava Giorgio Merlani, è collegato al fatto che sono stati svolti numerosi tamponi che hanno portato alla luce casi sia tra persone asintomatiche sia tra persone già positive e in fase di guarigione. All’inizio dell’epidemia, invece, la prassi consisteva nel testare solo i casi gravi.

Un problema che si riscontra in redazione è quello di dover arrivare per primi, lanciare il push e acchiappare l’attenzione del lettore con parole tipo “record”. Da non sottovalutare anche che spesso le persone non aprono per forza l’articolo, ma leggono solo il titolo, o solo ciò che è scritto  nel push. C’è il rischio di scrollarsi di dosso la responsabilità che l’articolo non venga letto per intero.

A chi va la responsabilità? Al lettore o al giornalista?

È duplice, va a tutte e due le parti, ma la nostra responsabilità è comunque maggiore:  è il nostro lavoro quello di informare, deve essere fatto un lavoro schietto, dobbiamo dare un’informazione chiara.

C’è un rischio di conformarsi a un linguaggio che già circola per comodità?

Abbiamo creato una routine, comunichiamo il numero dei contagi e il numero dei tamponi, dati che però non servono un granché, perché comunque sono nati in contesti molto diversi. Se vogliamo continuare a dare gli stessi dati dobbiamo contestualizzarli. Il ruolo del giornalista infatti è questo: mediare, contestualizzare, e bisogna riuscire a farlo anche in contesti difficili come questo che stiamo vivendo.

 

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