Generi e media

Lorenzo Cremonesi – Notizie dal fronte

Poche situazioni vedono parti fortemente contrapposte, come in una guerra. In un contesto in cui si vorrebbero chiaramente identificabili buoni e cattivi, vittime e carnefici, il reporter deve essere in grado di esporre la realtà nel suo complesso: “io cerco di raccontare le ragioni di entrambe le parti”, spiega Lorenzo Cremonesi, inviato de Il corriere della sera dal 1989. “Se magari i nostri pregiudizi, il modo di trattare il tema dai media in generale, la sensibilità occidentale”, prosegue, “mirano a privilegiare una parte rispetto all’altra, quando poi scavi, cominci a capire anche le ragioni dell’altro”. Un esempio è subito fatto: “non ho mai trattato ISIS come un fenomeno di pazzi scesi dalla luna che diventano improvvisamente dei tagliagola. Si tratta di un fenomeno profondamente radicato nelle dinamiche dello scontro in Iraq, nei torti subiti dai sunniti. Per molti aspetti è una guerra partigiana, almeno dal punto di vista dei locali, piuttosto che una guerra di pazzi jihadisti arrivati dalla Francia o dal Belgio”. La necessità sana del giornalismo, secondo Cremonesi, è spiegare il terreno su cui si sviluppa un conflitto, delinearne i contorni e chiarire chi sono i suoi protagonisti.

Andare sul luogo per conoscere, è la sua ricetta. Eventi pericolosi, personaggi poco raccomandabili, situazioni che evolvono drasticamente. Sono elementi inevitabili del quadro, nonostante i quali il reporter ritiene fondamentale recarsi in loco, anche nell’era dei social media, anche avendo a disposizione testimonianze di persone che vivono nella zona di conflitto. La testimonianza di una vittima, sostiene, va sempre verificata. Nel 2009 era riuscito ad entrare a Gaza dieci giorni prima degli altri giornalisti e vide con i propri occhi che i morti pianti da Hamas, in realtà, erano molti meno di quanti avrebbe immaginato di vedere: “mi aspettavo quello che si aspettavano tutti, quello che i palestinesi raccontavano. Cinquemila, quattromila morti. Invece erano molti di meno”. Come già accaduto nel 2002 a Jenin, i numeri venivano esagerati. Come accade in ogni guerra e per ogni parte del conflitto, sottolinea. Inoltre, Cremonesi scoprì che Hamas approfittava dei bombardamenti israeliani per uccidere alcuni militanti dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. La sua testimonianza venne male accolta, perché contraddiceva la narrativa corrente. “Tutti noi siamo carichi di pregiudizi” sostiene l’inviato, che considera esemplare il fenomeno di ISIS: “le ragioni della sua nascita non sono state abbastanza investigate. Probabilmente dagli intellettuali, ma molto meno dal punto di vista dei media. Isis è un animale multiforme, un fenomeno complesso. È un adattamento di Al-Quaeda, dei gruppi jihadisti degli anni ’90, alla contemporaneità. Una contemporaneità legata ai social media, al fiorire dei nuovi strumenti di comunicazione”. Cremonesi, “per essere semplici in un mondo che non è semplice”, distingue ISIS nella sua realtà locale, che si esprime, ad esempio, nella rabbia dei sunniti per l’invasione americana in Iraq, e una realtà invece internazionale, legata alla capacità di comunicazione. Secondo il reporter i suoi militanti usano quei filmati terrificanti, per parlare alle masse di musulmani diseredati e marginalizzati in Europa: “sono video che a noi fanno orrore, ma sono i video che più catturano la fantasia di queste persone. Le decapitazioni, i nemici torturati, quello che fanno ai prigionieri iracheni, per noi sono orribili. Per loro sono veicoli di propaganda”.

In un conflitto ci sono due parti e, spiega l’inviato, “vi sono situazioni in cui non puoi andare sul campo di battaglia se non insieme a un esercito di una delle due parti. È una forma legittima di copertura di un conflitto, perché delle volte non c’è altro modo”. Anche quando l’altra parte del conflitto potrebbe non essere riconosciuta come esercito regolare, pone delle regole ai giornalisti che chiedono di poter stare al fianco dei suoi soldati per raccontare gli avvenimenti in corso. “Noi stavamo con gli iracheni, perché era più interessante che stare con gli americani nel deserto. Ma anche lì avevamo delle regole. Anche noi eravamo embedded. Non potevamo uscire da soli, al fronte ci portavano loro. Poi il regime stava collassando, non ci hanno più controllato, ma non è che non volessero controllarci”. L’embeddment, secondo Cremonesi, è una forma normale di copertura di racconto di una situazione di conflitto. “Poi uno se può, si embedda, si accredita come faccio io in Afghanistan, vado con gli italiani e sto con loro una settimana. Poi sto per i fatti miei. Se l’embeddment è possibile lo faccio e poi vado dall’altra parte, se non è possibile faccio solo una parte”.

“La realtà è articolata”, conclude Cremonesi. Sta a noi comprenderla e semplificarla, sempre tenendo aperta la possibilità di cambiare idea sulla lettura che ne facciamo.

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