Problemi del giornalismo Tecniche e strumenti

Come riconoscere le bufale ed evitare le fake news

Carlo Silini, Corriere del Ticino

«Filtrare le notizie balorde è il nostro lavoro». Così si è espresso Carlo Silini, editorialista e già caporedattore del Corriere del Ticino, durante la lezione sulle fake news di cui è stato docente. Un pericolo per il nostro lavoro, da cui è necessario tentare di tenersi alla larga, proprio perché noi siamo “il filtro” tra la notizia e il lettore. Ma, è bene dirlo, non è sempre facile riconoscere le bufale ed evitarle. Lo sa bene Silini, che alla classe ha presentato due esempi concreti che hanno toccato il nostro cantone. Uno, con molta onestà, in cui è caduto il Corriere del Ticino proprio quando lui era caporedattore delle pagine di Primo Piano. Uno “scoop” legato alla Germania, firmato da “Stefan Müller” (uno pseudonimo?), con tanto di “documenti ufficiali della polizia federale tedesca” che si è poi rivelato una bufala. In quel caso venne creata una commissione interna al CdT e l’allora direttore, Fabio Pontiggia, raccolti gli indizi morali e tecnici, scrisse un taglio basso in prima pagina in cui fece mea culpa. Una decisione onesta nei confronti dei propri lettori.

Rimane il mistero: chi è Stefan Müller?

«Noi non siamo qui per fare scoop, ma per bloccare gli anti-scoop. Preferisco che la notizia che esce sia ragionevolmente vera, anche se non sono il primo a pubblicarla». Un ragionamento che non fa una piega, se non fosse per la concorrenza che spesso crea competizione tra le testate. La velocità è infatti una delle caratteristiche richieste, soprattutto ai giornalisti che lavorano sul web. Anche in Ticino si sente spesso dire «ha ‘‘pushato’’ prima l’altro rispetto a noi». La nostra professione, però, richiede la verifica. Bisognerebbe imporsela, soprattutto in determinate notizie. Perché il pericolo di bufala «è sempre presente, quasi endemico alle redazioni». L’errore è dietro l’angolo.

Perché rischiamo di cascare in una bufala? Per gola ed emozioni. È stato chiaramente spiegato da Silini, che ha però fatto notare come proprio questi fattori dovrebbero indurre il giornalista a dubitare, “accendere la lampadina”. «Fare presto può significare non prendersi il tempo necessario per verificare la notizia». Ed è qui che entra in gioco il ragionevole sospetto. Partendo dal presupposto che più la notizia è “grossa”, più aumenta tale ragionevolezza. Soprattutto se si considera che viviamo in Ticino, una realtà “periferica” della Svizzera, e lo scoop internazionale o la notizia troppo clamorosa (per essere vera) dovrebbero per istinto rappresentare subito un campanello d’allarme importante.

Ecco quindi che, piuttosto che pubblicare, diventa più prezioso smantellare la fake news. Perché la bufala arriva anche in Ticino, l’ormai “caso Proto” ne è un esempio lampante. A volte sono ancora più difficili, molto meno scontate. Perché arrivano da lontano, rendono complicata la verifica delle fonti, sono “grosse” e succose quanto difficili da appurare. «Creare una bufala “a chilometro zero” è sempre più difficile – ha concluso Silini -. Basterebbe alzare il telefono al giornalista, per smentirla. Ambientarla fuori, lontano, magari sotto le bombe, la facilita. Ma proprio quella distanza non sottintende che non possa arrivare da noi».

 

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