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Giornalismo investigativo: Serena Tinari racconta l’inchiesta

“Se vuoi un amico, comprati un cane” ha raccontato Serena Tinari, giornalista investigativa, durante la quattro giorni di introduttiva al giornalismo d’inchiesta tenutasi al Corso di giornalismo della Svizzera italiana.

Solitudine, stakanovismo e sacrifici ma anche adrenalina, grandi soddisfazioni e un enorme senso di giustizia. Cosa è il giornalismo d’inchiesta e perché è tanto importante per la nostra democrazia? Mettere in discussione ciò che viene detto; scoprire informazioni poco edificanti su personalità o organizzazioni con l’obiettivo di renderle pubbliche oppure cane da guardia della democrazia. Le definizioni di giornalismo d’inchiesta sono molte ma quella di Jeremy Scahill le racchiude tutte: dare voce a coloro che non ce l’hanno; assicurare che coloro al potere rispondano delle loro azioni e dare al cittadino le informazioni che necessita, assicurandosi che i fatti siano veritieri e i metodi trasparenti.

“Cercare, cercare e, quando si pensa di avere trovato tutto, cercare ancora”. Gli occhi dei presenti si illuminano. Serena Tinari racconta l’inchiesta: come comincia, continua e termina. Si inizia dalla mente, da quel “senso di ragno” che permette al giornalista di “sentire quel qualcosa, sentire che non è stato detto tutto”. Trovati il tema e la domanda, subentrano quindi gli occhi: si cerca e si guarda quanto già pubblicato. Attenzione però a non intraprendere ricerche troppo ampie, perché l’oceano di informazioni è enorme e i venti forti: è un attimo finire fuori rotta. Poi è il turno delle mani con la preparazione di un cosiddetto “master file”. È fondamentale che questo sia completo, ordinato e che non tralasci alcuna informazione, per quanto piccola e insignificante possa inizialmente apparire. Dopo gli occhi e le mani, ecco che viene il cuore: il giornalista d’inchiesta deve guardarsi allo specchio e chiedersi: ma se ciò non fosse, se il cattivo fosse buono, what if? “I peggiori nemici siamo noi stessi”, conclude Serena, ricordando ai presenti il pericolo di innamorarsi della propria tesi.

Ascolta l’intervista a Serena Tinari

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