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Sopravvivere al dilemma tra diversità e qualità: visita al Tages Anzeiger

Pietro Supino TX Group
© Omar Cartulano / TX Group

Sobria ma autorevole, sin dall’entrata la sede del Tages Anzeiger fa respirare quel che è oggi il quotidiano zurighese: un media dalla grande tradizione che si sta adattando però alle nuove sfide che impone il mondo digitale. Attualmente nell’edificio che ospita la redazione del “Tagi” trovano spazio anche altre aziende parte del TX Group, gruppo mediatico svizzero che impiega circa 3’600 persone. La società, conosciuta fino al 2020 sotto il nome di Tamedia, ha scelto di perseguire la via della sinergia tra le redazioni per riuscire a sopravvivere a fronte di un mercato pubblicitario sprofondato in un calo inarrestabile. Le cifre che Sandro Benini, responsabile delle pagine di Cultura e società, ci presenta sono davvero sconcertanti: in 10 anni il Tages Anzeiger ha perso circa il 70% degli introiti derivanti dalle pubblicità cartacee. La ricetta stabilita per sopravvivere è stata quella di accorpare tutto ciò che non è cronaca locale nella redazione zurighese, che condivide quindi le sue pagine su tutti i quotidiani locali, tra cui altri storici giornali come Der Bund e Basler Zeitung. Inevitabilmente a farne le spese è la diversità, ma secondo il giornalista ciò comporta anche un vantaggio per i lettori delle altre regioni svizzere, che possono godere di una qualità accresciuta. Un discorso ovviamente cavalcato con convinzione anche dal direttore di TX Group, Pietro Supino, che si è messo a disposizione per rispondere alle nostre domande.

Una tale concentrazione non rappresenta un pericolo per l’informazione?
«Il concetto è che esiste un dilemma tra “diversità” e “qualità”. Perché la qualità necessita di risorse e la diversità consuma le risorse. Noi pensiamo che la qualità abbia la priorità. Considerato che la Svizzera è un piccolo Paese, sussiste un problema di massa critica. E l’idea del gruppo è creare quella massa critica per poter lavorare ad alto livello e creare una qualità superiore, che sarebbe impossibile in posti più piccoli. È vero che una parte di giornale sarà uguale in tutte le testate (il primo quaderno, ndr.), ma pensiamo che l’articolo che verrà pubblicato in tutte le testate sia di alta qualità. Esiste un dilemma oggettivo e noi abbiamo attuato una scelta».

La qualità è realmente maggiore oppure, semplicemente, il lavoro del giornalista è uguale a quello del passato ma indirizzato a più lettori?
«Che la qualità dei nostri giornali sia superiore rispetto ad altri che non hanno alle spalle una struttura così importante è evidente: basta leggerli. Noi abbiamo la possibilità di investire nella trasformazione digitale, nella formazione dei giornalisti, e monitoriamo la qualità. Se sia efficace o meno è un’altra questione. I nostri giornalisti, rispetto a quelli che lavorano in redazioni più piccole, hanno più spazio per la creatività e una certa libertà. O perlomeno questa è l’ambizione».

Se in passato il core business era la stampa scritta, qual è oggi?
«È un portafoglio diversificato di attività, figlio della scelta di un’organizzazione decentrata. Tamedia e 20 minuti sono realtà diverse con culture diverse e modelli di business diversi. Goldbach è un’attività puramente commerciale. Tamedia è l’attività storica del gruppo: è cambiato il metodo di lavoro e di distribuzione dei contenuti, ma rimane un’informazione di qualità con forti radici nelle regioni della Svizzera e – grazie alla nostra potenza – anche uno sguardo attento verso il mondo. La vocazione del gruppo è (ancora) fornire informazioni e orientamento. A cui si aggiunge una parte dedicata alla risoluzione di questioni quotidiane (posti di lavoro, abitazioni, auto) e all’intrattenimento. Lo scopo è contribuire a una società libera. In questo ci distinguiamo dai nuovi media che hanno una visione più partigiana del mondo e vogliono difendere punti di vista ideologici: noi vogliamo consentire al lettore di formarsi un’opinione che sia sua».

Qual è il futuro della carta stampata?
«È una domanda difficile. Io credo che la versione cartacea del giornale esisterà sempre, ma non come la conosciamo attualmente. La stampa industriale com’è oggi non avrà futuro, si troverà il modo di stampare in maniera più “leggera” e regionale. Ma sarà anche molto più caro. Se ora l’abbonamento è un prodotto di lusso, diventerà ancora più di nicchia. I costi di distribuzione lieviteranno. Ecco perché è un peccato che il pacchetto di aiuti ai media sia stato respinto nella votazione di febbraio. La polemica “grandi vs. piccoli” era inutile, perché senza i grandi quella rete sarebbe già implosa, solo grazie a importanti volumi è possibile operare un tale servizio».

La vostra potenza economica è il frutto dei vari business?
«In questo momento le nostre attività più redditizie sono le piattaforme commerciali. A oggi TuttoJob. Tamedia, 20 minuti e Goldbach fanno un po’ fatica perché dipendono dalla pubblicità. La Svizzera è un mercato attrattivo e stiamo lavorando per uno sviluppo positivo, la trasformazione verso il digitale. Ma non è facile arrivare a fare ricavi con i lettori e la pubblicità. Un tempo eravamo quasi monopolisti, oggi si può acquistare pubblicità ovunque».

Omar Cartulano e Jenny Covelli

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