Non definito

Sport, una questione di business

Muzzano, 27 agosto 2019 - Il giornalista del Corriere del Ticino Tarcisio Bullo. (FOTO GABRIELE PUTZU)

Il mondo dello sport e quello del calcio sono profondamente cambiati negli ultimi 30 anni. Con l’ingresso dell’economia le grandi società sportive e i campioni sono diventati delle vere e proprie aziende, che creano fatturato. Un business che mette in discussione l’antico significato del termine “sport” (dal francese “desport”, ovvero il sano e puro divertimento) e che cambia anche il rapporto tra gli atleti e i giornalisti. Questi ultimi sono confrontati con sempre maggiori barriere: l’addetto stampa fa da intermediario, le società sportive veicolano messaggi mirati, le interviste vengono organizzate in anticipo e la comunicazione diretta con i protagonisti diventa sempre più difficile. Troppo alto, infatti, il rischio di uno “scivolone” da parte di un atleta, che potrebbe alimentare tensioni all’interno di un gruppo e sfociare in risultati negativi e, quindi, portare a minori introiti. A descriverci questa realtà Tarcisio Bullo, presidente dell’Associazione Ticinese dei Giornalisti Sportivi, che durante il modulo dedicato al giornalismo sportivo ha parlato dell’importanza di mantenere l’indipendenza e l’equidistanza rispetto alle gesta di cui si parla o scrive. Abbiamo voluto approfondire la tematica con lui, chiedendogli alcuni consigli su come districarsi in questo mondo in cui il conflitto d’interesse può minare o influenzare la credibilità del giornalista.

Durante le lezione ha parlato del fatto che spesso il giornalismo sportivo sia considerato di serie B. Perché esiste questo pregiudzio?

“Per lungo tempo il giornalismo sportivo si è limitato a raccontare fatti di sport, quando lo sport non aveva la dimensione che ha oggi. Rispetto alle vicissitudini della politica e dell’economia, era considerato di minore importanza perché riguardava un ambito molto particolare, agonistico e circoscritto. In realtà grandi scrittori si sono occupati di sport perché hanno scoperto che in questa realtà ci sono storie di vita che vale la pena raccontare”.

Con la trasformazione del mondo sportivo anche il peso e la considerazione nei confronti del giornalista sono mutati?

“Sicuramente. L’entrata di una valanga di denaro ha trasformato l’evento sportivo e ha creato lo sport-business. Oggi muove interessi enormi e questo porta anche a degli affari poco chiari. L’evoluzione degli ultimi trent’anni ha comportato un approccio differente da parte del giornalista: dal mio punto di vista non può più limitarsi all’evento agonistico, a quello che succede dentro una pista di ghiaccio, in un campo di calcio o da tennis”.

Con tanti soldi in gioco non è a rischio anche l’indipendenza del giornalista? Cioè in che modo questo influenza il vostro lavoro?

Il giornalista ha meno accesso alle fonti dirette. I proprietari delle società cercano di non permettere che ci siano troppe intromissioni o che si scoprano determinati interessi, traffici e anche spostamenti di soldi. Non dimentichiamoci che lo sport serve anche a riciclare una valanga di denaro sporco. È chiaro che tutto questo può creare problemi anche sul piano agonistico. Si vuole evitare che, soprattutto con un giornalismo diventato molto invadente e pettegolo, qualcuno possa intrufolarsi all’interno delle dinamiche dello spogliatoio e creare i presupposti affinché ci siano delle tensioni interne. Queste si ripercuoterebbero sul rendimento della squadra e non permetterebbero di raggiungere un determinato risultato, grazie al quale si possono incassare delle somme che sono indispensabili per poter mandare avanti il business”.

Ci sta raccontando come lo sport diventato ormai business sia stato snaturato da quello che doveva essere. Ma, lanciando una provocazione, non sarà anche un po’ colpa proprio di tutta l’esposizione mediatica che riceve?

Può essere. Che sia stato snaturato assolutamente sì. Ma basterebbero pochi esempi per capirlo. Pensiamo al fatto che nelle squadre di Milano, per non fare altri nomi, non gioca più nessun italiano. Eppure il tifoso corre ancora a riempire lo stadio. Lo sport ha quindi superato questa appartenenza territoriale. È diventato evento. Però se diventa uno spettacolo, dal mio punto di vista, non c’è più lo stesso legame con la squadra. Non ho più la stessa partecipazione. Per tornare a Milan e Inter: una squadra è in mano a dei cinesi, un’altra a degli americani. Il Football Club Lugano è invece in mano a degli americani. Nell’hockey questo non succede ancora: le proprietà sono saldamente legate al territorio. Eppure tutto questo sembra non importare al tifoso. Per me questo è un po’ incomprensibile”.

Ma quindi, a conti fatti, il giornalista di oggi come fa a raccontare in modo genuino lo sport e a trovare quelle storie di cui si parlava all’inizio?

“Bisogna dire che a livello locale tutto sommato abbiamo ancora un contesto nel quale si può riuscire a raccontare delle storie. Ai livelli più alti è più complicato. Le barriere ci sono, ma se hai veramente una storia di cui conosci dei particolari importanti, puoi comunque arrivare a raccontarla. Ci vuole molto più impegno. È fondamentale anche coltivare dei buoni rapporti con le società e con chi gestisce la comunicazione”.

Sappiamo che lo sport suscita forti emozioni, e questo è anche il suo bello. Ma proprio le emozioni possono far emergere dei problemi tra giornalisti e tifosi o tra dirigenti. Addirittura ci sono allenatori che non vogliono più parlare con dei giornalisti. Come si gestiscono questi rapporti?

Durante la mia carriera sono finito sul libro nero di alcuni dirigenti, per cui per un certo periodo non son più riuscito a fare delle interviste con dei giocatori. E sto parlando di Lugano! Questo fa parte del rischio del mestiere del giornalista. D’altra parte, o si scivola nel servilismo e si accetta tutto, oppure si prendono le distanze e si esprime in maniera distaccata la propria visione delle cose. Penso che la coerenza e il fatto di essere liberi e indipendenti alla fine paghi sempre”.

Quale consiglio si sente di dare a chi vuole intraprendere questo tipo di carriera? Nonostante tutte le difficoltà di oggi, crede ancora nella bontà dello sport al di là dei soldi?

È importante che ci rendiamo conto che non c’è solo l’aspetto agonistico, ma dietro c’è anche un altro tipo di attività. Quando siamo consapevoli di questo, possiamo prendere le distanze e regolarci. Il consiglio è comunque quello di essere gentili. Quando scriviamo dobbiamo sempre chiederci: ‘Ma se scrivessero questa cosa di mio figlio, cosa farei io?’ Questo penso possa aiutare perché si può scrivere di un calciatore o di un hockeista che ha sbagliato la partita o che non è stato all’altezza del compito che gli era stato assegnato, ma sempre rispettando e senza dare patenti di imbecillità. Altrimenti a quel punto cadiamo in una posizione che diventa insostenibile e ci giochiamo l’establishment e i rapporti.

Un’altra cosa importante da tenere presente è che a volte si riesce a costruire dei rapporti con qualche giocatore o allenatore che vanno oltre quelli ufficiali. A me è capitato di avere un allenatore che durante un’intervista mi ha tolto la penna dalle mani e mi ha detto ‘Questo rimane tra di noi!’ Mi ha raccontato delle cose che io non ho mai scritto sul giornale perché avrei tradito la sua fiducia. In questo modo mi sono però garantito un buon rapporto con lui e ogni tanto mi dava delle informazioni che mi permettevano di capire certe dinamiche che altrimenti sarebbero state incomprensibili”.

Insomma, le dinamiche relazionali a cui un giornalista sportivo deve prestare attenzione, non sono poi tanto diverse da quelle di cui si occupa un giornalista di cronaca politica.

Lara Sargenti e Silvia Spiga

 

 

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