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Tra polarizzazione e centralizzazione della politica federale svizzera. Intervista al politologo Sean Müller

Mercoledì 16 marzo 2022 gli studenti del Corso di giornalismo della Svizzera Italiana hanno avuto l’opportunità di incontrare Sean Müller, politologo dell’Università di Berna e Losanna.

Un’occasione utile per imparare a osservare il sistema politico del nostro paese con uno sguardo soprattutto sulla direzione che stanno prendendo le dinamiche politiche e le forze partitiche, e di conseguenza su quanto sia più o meno difficile prendere decisioni a Berna, trovare cioè l’importante compromesso che permette al paese di andare avanti.

Quello che abbiamo scoperto è che dagli anni ’90 si osserva una generale tendenza alla polarizzazione della politica, cioè al rafforzarsi dei partiti più schierati a destra e sinistra, con un indebolimento dei partiti di centro, che sembrano esercitare sempre meno attrattiva sull’elettorato. Al contempo assistiamo a una centralizzazione del potere politico. Ovvero il federalismo resiste, i Cantoni mantengono la loro importanza, ma sempre più le decisioni vengono prese a Berna.

Ma perché avviene questo? Quali conseguenze ha? E soprattutto quale ruolo rivestono i media in questo cambiamento? Ne parliamo con Sean Müller, che pensando al rischio di disgregazione dato dalla polarizzazione politica dell’elettorato, vede comunque anche un segno positivo:

Müller:  “È più difficile per la Svizzera essere unita, perché manca un po’ il fondamento culturale, ma è anche più importante discutere di cosa ci tiene insieme. Allora la polarizzazione può essere letta come una minaccia, ma anche come un’opportunità di ritrovare quello che ci tiene insieme, che è proprio la politica. In un certo modo è abbastanza paradossale che questa minaccia al sistema svizzero sia anche una grande opportunità di ritrovare cosa ci unisce. Non una cultura, non una lingua, ma il fatto che abbiamo la democrazia diretta e il federalismo, due camere federali, un sistema consensuale”.

In questo senso quanto polarizzazione e centralizzazione si alimentano l’una con l’altra?

Müller: “Si alimentano, sì. Perché centralizzazione significa che si decidono sempre più cose a livello nazionale, dove i media hanno più facilità dovendo coprire solo un parlamento, un governo, e non 26 governi! Ma questo dà anche più peso alla polarizzazione, perché per un partito diventa ancor più importante essere presente a livello federale. Se la discussione avviene quasi solo a livello federale questo è un incentivo ai partiti a darsi una visibilità. E allora un compromesso o un consenso è come una trappola, perché si rischia di sparire. E un partito non vuole sparire, anzi, vuole riapparire per guadagnarsi le prossime elezioni. Ma il sistema federale – il sistema politico svizzero – forza gli attori a trovare un compromesso, perché la democrazia diretta rende molto facile combattere una soluzione, quindi gli attori devono per forza ritrovarsi in qualche modo. Sono queste due tendenze che rendono la politica svizzera interessante: la tendenza centrifuga, i partiti si allontanano dagli altri, ma allo stesso tempo devono ritrovarsi per trovare un compromesso”.

Sappiamo che è difficile prevedere il futuro, soprattutto visti i tempi, dove le sorprese sono molte. Ma lei come vede il futuro? Aumenterà sempre di più questa polarizzazione o ci sarà un’inversione di tendenza?

Müller: “Come detto è difficile, ma se guardiamo un po’ i risultati delle elezioni, se vediamo chi viene eletto nelle due Camere e al Consiglio federale – forse anche perché sono di natura piuttosto ottimista – ho comunque speranza che gli attori si ritroveranno per trovare un compromesso, perché penso comunque che la responsabilità degli attori di fare politica per la politica e non per la stampa sia più grande”.

Ma quanta responsabilità hanno i media rispetto alla situazione politica attuale?

Müller: “La stampa è importante perché è l’unico legame filtrato tra cosa accade in politica e cosa ricevono gli elettori e le elettrici a casa. Sappiamo che i social media sono importanti perché non hanno un filtro, non fanno una selezione. E questo può essere positivo da un lato, ma è un’arma a doppio taglio, perché manca un po’ la riflessione, la pausa che permetta di contestualizzare le cose, di legare i fatti con un qualcosa che è già accaduto nel passato e che potrà accadere. La complessità della politica è comunque un gioco che dura tanto e che ha più attori coinvolti. È necessario che qualcuno spieghi bene e in termini chiari ciò che accade. Questo è il ruolo della stampa e so che la stampa è sotto pressione perché deve vendere il prodotto, ma non può andare solo in un unico senso. Va bene vendere, ma bisogna anche entrare in un dialogo con il pubblico. Questo sarebbe importante anche per la stampa, come lo è anche per la politica.”

Ha accennato ai social media e in generale internet permette alle persone di informarsi quasi autonomamente. Pensando al sistema politico svizzero ad esempio oggi tutte le decisioni sono disponibili su internet. È facile accedere e sapere ciò che succede a Berna senza l’aiuto dei giornalisti. Con quali conseguenze a suo parere?

Müller: “Può essere un grande svantaggio perché impedisce ai politici di riflettere sulle decisioni con calma, con testa e con l’empatia di cercare di capire l’altra parte, di trovare un compromesso. Ognuno è chiuso un po’ nel suo credo e si fa più fatica a mettersi in discussione. Ma allo stesso tempo è una democratizzazione del dialogo. Ognuno può dare la sua opinione. Una cosa può diventare virale senza che ci sia un partito o un’associazione con tanti soldi. E vediamo anche alcune associazioni private non-profit o alcune campagne su iniziative popolari, che hanno successo grazie ai social media. Questo sarebbero state molto difficile 30 o 40 anni fa senza social media”.

Lei come auspicherebbe si comportassero i media rispetto a questa situazione? Cosa vorrebbe chiedere ai giornalisti?

Müller: “Di contestualizzare di più e personalizzare meno. Le persone sono importanti, è chiaro. Ma le strutture sono anche importanti. I programmi sono importanti, a lungo e a medio termine. Va bene capire ciò che accade oggi, il perché qualcuno ha detto qualcosa, perché qualcun altro l’ha rifiutato… ma è solo la punta dell’iceberg. Se i media coprissero di più anche l’altra parte dell’iceberg e non solo la parte personale, penso che tra la gente crescerebbe la comprensione e anche il rispetto verso la politica. Perché comunque è un gioco complesso con tanti attori. Infatti si può anche dire che la politica non si fa a Berna, si fa prima di andare a Berna, nelle commissioni o nella fase di consultazione. Bisogna parlare di più delle strutture e delle fasi che avvengono prima che la cosa diventi pubblica e personale. Sarebbe bello se i media lo facessero di più”.

Cercheremo quindi di far tesoro delle aspettative di Sean Müller verso il futuro della nostra professione. Il giornalismo è chiaramente in un momento di difficoltà dettato da diversi fattori che spesso rendono difficile l’approfondimento di determinati temi. L’obiettivo è dunque quello di sfruttare questi consigli, cercando di prendere in considerazione tutto l’iceberg per rendere la politica più chiara a tutti, sperando che quest’ultima non diventi un ulteriore ostacolo per la realtà del giornalismo.

 

 

 

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